AnnaGiùDalTram

martedì 8 agosto 2017

La rivolta dei GPD -parte1-

Mi perdonerete lo sfogo? Avrete pietà di quello che vi potrà sembrare un frullato misto di cinismo-invidia-supponenza? Perché già vi avverto: sto per addentrarmi in un sentiero tortuoso assai, che ho rimandato da troppo tempo ma che ora grida vendetta. Mamme, papà: Madre Natura, Dio, Buddha, Allah, la fortuna, la coincidenza, il fato vi hanno fatto due regali meravigliosi. Il primo è il più stupendo di tutti: siete genitori di piccoli batuffoli di cotone che vi amano alla follia. Quando cresceranno potrebbero perdere consistenza e sentimenti ma non è adesso il momento di pensare alla loro fase adolescenziale. Il secondo è la possibilità di connettervi, fotografare, condividere qualsiasi momento della vostra creatura. Se sul primo regalo mi permetto di invitarvi a una profusione smisurata, sul secondo siate sobri: un po' meno, per favore. Ve lo dico perché sento nell’aria odore di rivolta dei passeggini. Nel senso che a volte (spesso, spessissimo direi) tendiamo a dileggiare la categoria di questi poppanti che un giorno non troppo lontano cresceranno e rivedendo le foto e i video che mandavate di loro, povere stelle ignare, ai 162 gruppi di whatsapp ai quali siete iscritti, su Facebook, Twitter e Google+, beh, ve lo dico senza giri di parole, si incazzeranno come dei puma. E io sarò insindacabilmente dalla loro parte, Mamme&Papà, sarò la loro Susanna Camusso, perché avranno ragione da vendere.
Sapete quanto sia importante il dovere di cronaca e dunque vi fornirò, come sempre, esempi di vita vissuta. Ce n’è molti, di questi esempi, troppi. Quindi ho deciso di aprire una rubrica periodica su questo tema in modo da monitorarne la pericolosa deriva.
L’altro giorno un collega di Milano, un nome anche abbastanza accreditato nel panorama dell’opinionismo politico in tv e sulla carta stampata, pubblica su Facebook un video del figlio che per riservatezza chiameremo Tancredi. Un bambino stupendo, bellissimo: ricci biondi e occhi blu notte. Avrà 2 anni e mezzo 3. Lo riprende mentre in milanese il bimbo dice “Ho fatto le puzzette”, con la “E” bella aperta alla “Uè testina”. Il padre (che tra l’altro vince il premio “olfatto bionico 2017” per non essersene accorto) gli domanda candido: “E adesso che vuoi fare, andiamo?”. Al che il bimbetto con somma ovvietà dice “Mi scappa la cacca, andiamo”. Ma il padre, tronfio dello scoop che stava registrando in diretta, anziché spegnere sto maledetto telefono e portare il nano a liberarsi di ciò che ormai era in fuorigioco nel suo culetto santo, insiste:
“Ti scappa?”.
Tancredi, silenzio.
“Eh?”.
Tancredi, sguardo perso nel vuoto.
“Andiamo in bagno?”.
Tancredi, “ho fatto la cacca”, boccuccia che esprime sommo dispiacere, occhi bassi, un visino tra il vergognato e il dispiaciuto.
Ma al padre, dotato di intuito felino, tutto ciò non basta:
“Non l’hai fatta addosso…”.
Tancredi, “sì, sì l’ho fatta addosso”.
“Ma no amore, non l’hai fatta addosso, dai andiamo in bagno, forza”.
“Ma io l’ho fatta addosso la cacca!”.
Tancredi si tocca con la manina i pantaloni poi si guarda per vedere se c’è il corpo del reato. Non c’è. E' ovviamente rimasto incastrato nei Pampers. Tancredi, peccato. Peccato davverissimamente. Perché era l’occasione per far diventare questo video la bandiera della protesta dei Giovani Poppanti Dileggiati (che d’ora in poi chiameremo GPD) e ficcare una manata piena sul naso al bauscia.
Maledizione! Tancredi te l’aveva detto: puzza. Tancredi te l’aveva ribadito: mi scappa. Tancredi te l’ha ripetuto due volte: l’ho fatta addosso. Ma vuoi portarlo al cesso sì o no sto povero gagno anziché fargli un video e postarlo su Facebook alla mercè di tutti? Tancredi tieni duro (visti anche i tuoi problemi di contenimento) un giorno crescerai, i tuoi genitori invecchieranno e ci sarà un ribaltamento di ruoli: il pannolino lo metterà il tuo papà e lì sì che avremo la nostra rivincita. REC.

venerdì 4 agosto 2017

Parsimonia, spese di spedizione incluse.

Questa cosa della carta prepagata dev’essermi sfuggita di mano. La mia coscienza -che di solito è silente sulle questioni importanti della vita ma sulle puttanate sbraita come l’altoparlante del “signoreèarrivatolarrotino” - mi ha sempre impedito di dotarmi di carta di credito. Di fatto non è che ne avessi così bisogno. Da quando son provvista di conto personale, bonifici, contanti e bancomat hanno svolto egregiamente il loro sporco lavoro. Solo che poi dei geni del male hanno cominciato a spingere sta storia dell’e-commerce. Così in panciolle, comodamente stravaccata sulla sedia rotante dell’ufficio, con un dito nel naso e l’altro sul mouse, sono diventata click compulsiva. Pur di comprare cose ho tentato di accalappiarmi un falchetto da riporto che mandasse i miei soldini al destinatario. Poi ho ritenuto che convivere con un uccello appollaiato sulla scrivania pronto alla bisogna, fosse un tantino impegnativo. E comunque non rientrava tra le opzioni di pagamento dei vari ticketone del caso. Capite bene che non potevo fare altrimenti. Ho ceduto e sì, mi son fatta la prepagata. Che già solo a dirlo -“prepagata”- ti senti un po' un mix tra Mario Draghi e Paris Hilton, perché ti sembra di aver risolto tutti i tuoi problemi di macroeconomia che sostanzialmente coincidono con la possibilità di farsi un paio nuovo di scarpe col tacco che non metterai mai.

Prendo appuntamento in banca e alla seconda domanda l’impiegata mi chiede che lavoro faccio. Cerco di stare sul vago ma le parole “giornalista” e “Reteconomy” fanno credere all’ignara bancaria di avere di fronte Ignazio Visco; invece sono una che fatica addirittura a gestire la propria economia domestica. Comincia a parlarmi usando termini che per me si avvicinavano al kazako ma voglio rassicurarvi: ho costantemente finto una certa competenza, mi sono messa un po' di sbieco come si siede la Lilli Gruber quando conduce “Otto e mezzo”, socchiudevo gli occhi come se ragionassi su tabelle excel mentali e annuivo. Sempre. Alla fine della fiera l’unica cosa che ho capito è che ogni volta che ricarico la scheda gli devo lasciare 1 euro di obolo. Così ho sin da subito pensato che fosse opportuno buttarci sopra un bel po' di grano in modo da non doverne regalare uno alla banca ogni tre per due. Male, malissimo. Avere una disponibilità cospicua sulla carta prepagata ti dà un senso di onnipotenza mica da ridere. E giù di spese. Ora, per correttezza con il lettore, sincerità e autodenuncia pubblica vi dirò come ho dilapidato il mio patrimonio.

Tanto per cominciare ho comprato dei libri, per darmi un tono. Solo che seguendo su Instagram le mogli dei giocatori del Toro -che mi pare un metodo subdolo ma furbo per stalkerizzare gli stessi- ho visto che tutte pubblicizzavano quella che sembrava la rivelazione letteraria dell’estate. Al che ho pensato “Faccio un esperimento antropologico per dimostrare che le suddette non sono tutte fighe-senza-cervello, leggono e leggendo hanno anche la capacità di giudicare un testo affermando con sicurezza che è la storia della vita”. Morale: beate voi che siete fighe. Perché io no e manco intelligente a questo punto, se pensavo che un libro che si intitola “#Formentera14” potesse essere un cult.

Poi ho comprato il vetrino temperato per il mio vetusto iphone 4. Non è stato facile trovarlo perché voi, che siete sul pezzo, mi insegnate che di iphone nel frattempo ne hanno fatti altri diciotto e dunque reperire un accessorio per una roba che anche a Cupertino hanno messo nell’indifferenziata, non è così semplice. Ma su Amzon c’era, c’è tutto tuttissimo su Amazon. Morale: mi è arrivato un vetrino, ma proprio quello che usano gli ingegneri elettronici quando devono sostituire lo schermo andato in frantumi.

Con la prepagata ho poi deciso di comprare dei biglietti aerei. Perché è il viaggio che conta, non la meta. Davanti a me non si prospettano mesi particolarmente rosei. Così con la mia amica Elena ci siam dette “Sai che c’è? All’indomani del 31 ottobre partiamo e ce ne andiamo in ferie, a sfregio”. Abbiamo visto che i primi di novembre costava pochissimo andare a Londra. Click, biglietti presi! Solo per darvi conto del lasso di tempo entro il quale ci siamo fatte venire lancinanti sensi di colpa, alle 13.20 abbiamo fatto l’acquisto su Ryanair, alle 14.30 dopo la pausa pranzo eravamo in live chat con la compagnia per chiedere di disdire perché poi “Londra è carissima, noi non c’abbiamo una lira”, “se mia madre sa che vado nella città a maggior rischio attentati mi mura viva in cantina”, “io Londra l’ho già vista e tu pure” e “sai che freddo maledetto?”, “per non parlare della Brexit, quelli gli italiani li odiano”. Morale: alle 14.40, con sovrattassa, eravamo già dirottate su un volo Caselle-Malta, quanto meno ci sciacqueremo i piedi nel Mediterraneo.


Poi però con la prepagata ho fatto un acquisto meraviglioso che rimandavo da troppo tempo e che quest’anno mi sono regalata: l’abbonamento allo stadio. Con le spese di commissione per prenderlo su internet andavo direttamente da un rivenditore autorizzato a Molfetta e spendevo meno. Con la prepagata ho anche fatto delle spese per il mio benessere fisico. Nell’ordine ho comprato delle pastigliette con la griffonia che pare faccia miracoli contro la depressione e l’abbassamento dell’umore. Per ora il risultato è che ho perennemente sonno e sfanculo chiunque mi capiti a tiro. Poi un beverone di succo puro di aloe. Dovrebbe garantirmi di fermare l’invecchiamento precoce che al momento si è attanagliato nella zona perioculare, tenermi lontano da malanni di ogni genere, mosche, zanzare e pappataci, nonché contribuire alla vitalità delle mie cellule cerebrali che, contrariamente a quanto potreste pensare, avendo letto fino a qui, stanno benissimo. Nel caso le cose dovessero improvvisamente peggiorare, potrò comunque regalarmi due sedute da uno specialista. Le ho appena viste su Groupon, giuro. Le prendo con la prepagata. Si compra un po' tutto, anche un manuale di deontologia professionale, volendo. Ma questo è un altro discorso.

martedì 11 aprile 2017

Impara l’arte e mettila da parte.

artista s. m. e f. [dal lat. mediev. artista «maestro d’arte»] (pl. m. -i). – 1. Chi esercita una delle belle arti (spec. le arti figurative, o anche la musica e la poesia): gli a. del Rinascimento; gli a. della scuola romana. Come termine di classificazione professionale e dell’uso com., anche chi svolge attività nel campo dello spettacolo (teatro, cinema, ecc.): a. lirico; a. di varietà; gli a. della radio, della televisione; i camerini degli a.; ingresso riservato agli artisti. Il termine implica spesso un giudizio di valore ed è allora attribuito a chi nell’arte professata ha raggiunto l’eccellenza: è un vero a., un grande a., un a. di genio.

Partiamo dalle definizioni. A qualcosa dovremmo pur appellarci in questo mondo di labilità e incertezze. Perché mi sono già imbattuta un po' troppo spesso rispetto al limite tollerabile, in persone che fanno uso improprio della parola di cui sopra. Cosa ben più grave: rivolgendosi a loro stesse. Ecco che dunque, occorre fare un po' di chiarezza, cari miei bei pifferai da palcoscenico, affabulatori da sagra della pigna, soubrette da inaugurazione della Pro Loco e istrioni del teatrino parrocchiale. Perché incrociare i vostri occhi pieni di entusiasmo e un po' meno di guizzo e sentirsi dire “Piacere, io faccio l’artista”, beh, obiettivamente, fa raggranellare la braccia come se mi fossi iniettata miglio decorticato sottopelle. Intanto, se tu sei un artista, magari lo lasciamo decidere alle folle, tra una sessantina d’anni, quando sarai orizzontale sotto un cipresso? A meno che tu non abbia già orde di ammiratori che comprano i cd con qualsiasi tuo vagito, che si appendano anche sui soffitti le tue opere d’arte, che usino i tuoi versi in rima per conquistare amate glaciali, non definirti artista. Perché perdi già l’80% di credibilità.
Vi racconto un paio di episodi per dovere di cronaca. Qualche mese fa esco per un aperitivo con una collega che deve presentare due suoi amici ad un’altra collega single. (Non ho mai capito se in questi casi mi chiamino perché sono di compagnia o solo perché ho una certa famigliarità con l’alcol. Credo la seconda comunque). Ma non divaghiamo. Ebbene, arriviamo al locale e i due mister Loba Loba erano già al tavolino. Il primo dei quali con un wiskhy in mano (sì, vi ricordate bene, ho detto che eravamo usciti per un aperitivo) e mescendolo come un lord irlandese ci racconta cosa fa nella vita esordendo così: “Io sono un artista”. Eccolo. Se avevo dei dubbi ne ho ricevuto conferma. E dunque che faresti di preciso per essere definito tale? “Il falegname. Ma faccio tutto io dalla progettazione alla realizzazione”. Allora, dì che sei un falegname, per dinci. Non è mica un disonore! Guarda che la parola “artigiano” non è ancora stata bandita dal buon costume. Comunque. Per la cronaca, la mia collega e Pietro Piffetti non si sono mai più rivisti.
Il secondo lo becco l’altra sera, ad un evento. Fa il cantante, che è la parola giusta. Cioè, dopo aver fatto il militare, il centralinista, l’animatore, l’impiegato, ha capito che gli piace cantare e vuol vivere di quello. Ma Vivagesùmmaria, fai benissimo e ti auguro lunga vita gorgheggiante. Ma non mi dici “Stasera presentami tu, perché sai, (il perchèsai tra l’altro mi irrita una roba che non si spiega) io sono anche bravo a fare l’intrattenitore e potrei farlo per ore, ma stasera sono stato invitato in qualità di artista e quindi non posso anche introdurmi”. Al che penso: “Luigi Tenco redivivo, Diocenescampieliberi”. Anche perché poi sento che ha la necessità di dire ad ognuno degli organizzatori della serata che lui era “l’artista”. Ora, non mettiamo neanche in discussione i testi e le melodie che hai cantato e nemmeno l’impianto audio che faceva concorrenza al “Cantatu”. Anzi, scusami, perché forse non ti ho presentato così bene. Ma lo scazzo che mi ha attanagliato era avvinghiato a me come un koala sull’eucalipto. Non mi permetterei mai di dire alcunchè sulla qualità. Ma sulla quantità sì, è un dato oggettivo. Perché quando al microfono ho annunciato che erano in vendita i tuoi Cd e, presa da spirito corporativo ho detto al pubblico che così avrebbe avuto il piacere di ascoltare i due successi proposti durante la serata più molti altri e tu mi hai fatto no con la testolina, mostrando due con le ditina, allora lì ho capito che ero stata gabbata dalla tua stratosferica prosopopea. Cioè fammi capire. Tu hai scritto due-canzoni-due, con tanto di rime baciate quanto meno azzardate e me l’hai menata tutta la sera che sei un artista? Ascoltami bene. Anche io cantavo la domenica a messa nel coro della chiesa ed ero pure intonata; pensa che facevo anche le commedie in piemontese nel teatrino di Almese. Ma mi limitavo ai plausi delle perpetue e dei miei vicini di casa, non millantavo certo doti artistiche, non ero né una vocalist né un’attrice!
Bon. Poi effettivamente penso che io sto qua, un po' rancorosa, a scrivere di te che nella beata inconsapevolezza che ti contraddistingue, sei stato capace di ritagliarti degli spazietti. Guarda, per sta volta ti salvo. Non ti scaricherò mai su iTunes ma ammirerò coraggio, intraprendenza e autostima che senz’altro ti porteranno su altri palchi. E pazienza se saranno quelli della festa patronale di Poirino o del carnevale di Carmagnola. Tu sarai lì e senza vergogna annunciandoti dirai: è arrivato l’artista, in vendita i Cd!


mercoledì 5 aprile 2017

Ta-ta-tabù.


Ragazze, io ve lo dico. Anzi, no. Facciamo una breve premessa altrimenti si scatena l’ufficio stampa dei luoghi comuni e non ne usciamo vivi. Ciò che salverà il mondo sarà senz’altro la varietà. Che a volte va di pari passo con la libertà di esprimersi nei modi più disparati, creativi, congeniali, estrosi possibili ed inimmaginabili. Su questo siamo tuttissimi d’accordo, nasconda la testa sotto la sabbia chi la pensa diversamente, lasciandoci solo il piacere di conversare col proprio posteriore che senz’altro avrà più argomenti. Però, cari miei giovanotti, esiste anche quell’altro tipo di libertà, un po' bizzarra e démodé, che prevede di far notare quando il limite si sia oltrepassato, quando da quella creatività, congenialità ed estrosità vi siete lasciate prendere un po' troppo la mano.

Ecco. Quindi ora sono libera di dirvelo, ragazze: basta con ste labbra siliconate, gonfiate, strapazzate, superdotate. Perché, e ve lo dico francamente, il rischio che correte è solo ed unicamente quello di riproporre l’omino liquirizia delle caramelle Tabù di beata memoria.



Che poi sta moda ha attanagliato proprio tutte: bionde, more, lisce, ricce, alte, basse, visi tondi, visi larghi, visi oblunghi. E prevalentemente due categorie di femmine: quelle coi soldi, fighe. Quindi, converrete con me, che se già Madre Natura è stata munifica con voi (magari lesinando su altri aspetti ma abbiamo detto che non sta a noi giudicare) facendovi decisamente più carine della media, ma perché dovete iniettarvi saccate di acido ialuronico per sembrare poi il materassino che avevo al mare? Guardate che poi quella roba lì si ammoscia, ne sarete schiave per sempre, non si può mica mettere una toppa con l’attak come facevo, per l’appunto, col mio materassino gonfiabile che puntualmente bucavo, strisciandolo sulle pietre laviche delle spiagge libere che frequentavo da infante. Inoltre il rischio è che, essendo in tante ad aver avuto st’idea luminare (bionde, more, lisce, ricce, alte, basse, visi tondi, visi larghi, visi oblunghi), vi assomiglierete tutte. Ilary Blasi, per esempio, fighissima, sta prendendo una pericolosissima deriva verso la Daniela, consorte dell’indimenticato Mike Bongiorno. A Nina Moric manca il biondo per essere confusa con Donatella Versace. Poi mi date anche nome, cognome, indirizzo della mamma e numero di targa di quei cicisbei di maschi omega (che per chi non lo sapesse sta al capo opposto dell’alfa) che vi hanno detto che con sti salamini beretta sulla bocca siete più attraenti. Perché vanno puniti. Severamente.

Zompettando un po' su internet si trovano addirittura gli esercizi da fare metodicamente, ogni giorno che sorge il sole, per farsi venire labbra carnose. Molti di quegli esercizi ho provato a farli in ufficio davanti al pc ma i miei colleghi han chiamato la protezione animali. Tipo questo, che è uno dei più semplici. Leggete:

“Vuoi labbra più carnose? Allora allenale! Esistono tanti tipi di esercizi per ingrandire le labbra, uno di questi parte proprio dalla famosa duck face: disponi le labbra come se stessi per dare un bacio e mantieni questa posizione per 10 secondi dopodiché torna alla posizione normale. Continua così per 10 volte al giorno ogni giorno e vedrai che a distanza di qualche settimana le tue labbra saranno più grandi e voluminose”.

E niente, ragazze. Non state a perder tempo, ve lo dico io. Il comune denominatore di sti esercizi è uno solo: trovatevi un bel macho latino che zampilli fuego y pasion da ogni poro e limonateci duro il più a lungo possibile. L’effetto dovrebbe essere ugualmente garantito, con automatiche iniezioni di autostima che di sti tempi fan bene un po' per tutto e senz’altro meglio dello ialuronico. Così facendo, pare che poi ci sia anche la risposta al cruccio che vi tormenta la mattina davanti allo specchio: sì, tranquille, siete fighe. Comunque. Anzi, no. Di più.

lunedì 19 dicembre 2016

Di comodità virtù.


Quest’anno mi sono dedicata ai concerti. Perché nella vita bisogna darsi degli obiettivi alti e per il 2016 ho deciso di strafare. Così sono giunta ad alcune considerazioni che mi pare doveroso condividere. Ah, avevo già detto che odio il verbo condividere in un altro post più in basso, caso mai moriste dall’irrefrenabile voglia di saperlo. Dicevamo. Prima di tutto: quelli alti, dietro. Non mi interessa che siate arrivati al pomeriggio, piantando le tende two seconds fuori dai palazzetti, mangiandovi panini con maionese e frittata per ammazzare l’attesa. Non mi interessa che non sia colpa vostra se Madre Natura, Dio, Buddha, Allah o Krishna vi abbiano dato il dono di osservare il mondo dall’alto. Anche se prendete la pioggia per primi, non mi fate pena. Ai concerti districarsi tra voi pertiche è faticoso come scendere col bob su un campo di margherite. Quindi, per cortesia, abbiate pietà: al fondo, o al massimo di lato. Lasciate pure davanti la vostra fidanzata urlatrice alta 1.20, tanto lei avrà occhi solo per il suo idolo sul palco, neanche si ricorderà che avete preso ferie rischiando il licenziamento per accompagnarla 13 ore prima, che quei biglietti che le avete regalato vi sono costati la vendita delle cornee e che voi ascoltate di nascosto metalcore e non ste nenie scritte da depressi per gente depressa che gode nel deprimersi vicendevolmente.  Poi, seconda categoria. Ce n’è anche per le fanciulle. Se siete ricce, fatemi il sacrosanto favore di legarvi i capelli. Sembra di avere davanti Telespalla Bob. Comprenderete la difficoltà di visione che arrecate al prossimo no? Non dico di buttare 20 euro per farvi la piega liscia che tanto poi sembrate delle foche monache. Però che diamine, due forcine basterebbero per domare ste criniere. Terza categoria, tra le più moleste. Quelli che zompettano come dei pungiball gonfiabili a cui è appena stato sferrato un pugno alla Jackie Chan. Sono le persone che non riescono a ritagliarsi come tutti uno spazio vitale entro il quale stare e per parlare col vicino -che basterebbe solo ruotare il bacino senza altri sforzi- si appoggiano sol vostro coccige e vi prendono a spallate come in una finale di rugby. Allora. State calmi. Già siamo in 6000 in un locale che a malapena ne contiene 300. Riuscite a stare fermi o quanto meno a non muovervi come se foste tarantolati? Io mediamente sti soggetti, al terzo spintone li fisso con aria di sfida. Poi mi rendo conto che la loro faccia denota la stessa intelligenza di Renzo Bossi alias “Il trota” il mattino appena sveglio dopo una colossale sbornia. E quindi mi arrendo. Prendo e mi sposto. Di solito ho la stramaledetta fortuna di infilarmi in mezzo a un gruppo di ragazzette un po' troppo entusiaste per i miei canoni. Quelle che urlano, ridono in modo convulso, si abbracciano, si fanno i selfie mentre sotto passano pezzi del calibro della Canzone di Piero. Che dici, vabbè. Già ci sono io coi miei problemi e le mie storie tristi. Io infatti ai concerti solitamente svengo. Sarà il caldo, la pressione sotto le scarpe, la confusione. Tipo l’anno scorso sono capitombolata due volte nel giro di mezz’ora nel bel mezzo dello stadio al concerto di Vasco. Con tanto di riproponimento della piadina del porcaro appena mangiata. Scusate la franchezza ma è per rendere meglio l’idea. I volontari della Croce Rossa quando arrivavo nella tenda per il primo soccorso mi salutavano con un cinque. “Hai fumato? Che hai bevuto? Hai preso le pastigliette, eh?”. Ma no! Ho solo la forza fisica di un paramecio con la sars. Mi prendo la mia dose di acqua e zucchero e poi sono a posto. Anzi, i miei amici crociati mi davano il mio kit e poi mi chiedevano se cortesemente potevo sloggiare per lasciare il lettino a chi era in coda in coma etilico e aveva bisogno di una flebo per tornare nel mondo dei vivi. L’ultima volta al concerto di Bianco, la mia amica Elena è andata al bancone del bar per sapere se avevano dell’acqua. Ha rimediato un bicchiere da cocktail con un po' di zucchero di canna per il mojito. Che comunque mi ha aggiustato la serata. Da allora mi faccio fare una lavanda gastrica prima di recarmi a qualsiasi botteghino e prendo il Polase, così non rischio figuracce. Basterebbe che mettessero due sedie. Uh come mi piacerebbe ascoltare un concerto rock seduta comodamente su una poltroncina, come me lo godrei. Poi se c’è da fare due salti sono la prima ad animarsi. Però questo sì che sarebbe un referendum propositivo al quale aderirei. Forse lo firmeremmo solo io e altre due anziane della Casa di Riposo di Almese. Ma come saremmo felici. Denota vecchiaia tutta sta pappardella? Macchè, è solo un modo per fare cose da giovani assecondando tutta la mia profetica pigrizia. Perché alle tisanerie, ai concerti da camera e ai seminari pomeridiani sulla poetica di aristotele no, non voglio arrendermi. Non ancora.

martedì 9 agosto 2016

Rifugiati, ultimo modello.

Premettiamo subito una cosa: non sono razzista, ma…Nel mio paese da un anno e mezzo ci sono 50 africani, giovani, prestanti. Insomma, diciamocelo, braccia rubate alla manodopera. Che se solo stessero nel loro paese sai quanto lavoro potrebbero fare. Invece, scappano. E vengono a rubarlo a noi, il lavoro. Ma questo è un altro discorso. Sono rimasta basita di fronte al loro abbigliamento, sempre alla moda, sempre firmato. Per non parlare dei cellulari, che io me lo sognerei l’ultimo modello Huawei. Ebbene, questi ragazzi, che -diciamolo pure, poltriscono tutto il giorno- il giovedì pomeriggio se la spassano al campetto sintetico nuovo di pacca. E giocano a pallone senza sosta. Ho addirittura sentito dire che con la nuova gestione del centro sportivo, sono stati sfrattati nel campo su erba vera accanto e qualcuno si sarebbe pure lamentato dicendo che a calcio, su un terreno da arare non ci avrebbe mai giocato! Ma robe dell’altro mondo. Che poi fossero scalzi, come si vive giù, dalle loro parti, invece hanno magliette tecniche firmate e ai piedi l’ultimo modello di Puma dai colori sgargianti e dalla griffe bella in vista. Capito come li usano i nostri soldi?!  E’ una vergogna!

Ora, se anche tu sei un “non-sono-razzista-ma”, metti il tuo bel pollicione fiero all’insù. Se invece sei di quelli che “un-momento-fatemi-capire”, non prostrarti al potere degli emoticons e prosegui la lettura.

“Amici, vi devo raccontare una cosa: mi è successa una tra-ge-dia”. Sbigottimento, stupore: che diamine sarà mai capitato adesso! “Un calciatore mi ha regalato delle scarpe vere”. Ah! Ma allora non è una tragedia, è una figata pazzesca! Racconta bene. “Sabato, ero a Torino, in giro per il centro con un mio amico. Entriamo in un negozio della Nike, bellissimo. Guardo tutte le scarpe da calcio perché sai quelle verdi e blu che mi avevi dato” Sì, seconda mano ma ben tenute. “Ecco, quelle le usavamo in tre però adesso si sono aperte in punta. E allora sognavo davanti a queste belle scarpe nuove ma costavano tantissimo, pensa 60 euro! A un certo punto ne vedo un paio, gialle, di marca, le prendo in mano e a voce alta, in italiano, dico Mamma mia quanto costano. Dietro di me si avvicina uno e sento che dice ti piacciono? E io, senza quasi girarmi gli rispondo Sì ma…le compriamo poi un’altra volta. Lui continua e fa se le vuoi te le compro io. Allora mi sono girato e l’ho guardato stupito, volevo chiedergli se era matto e gli ho detto no no grazie. Pensavo mi stesse prendendo in giro. Invece ha continuato, provale! Ed è rimasto in piedi, alle mie spalle, mentre me le mettevo ai piedi. Lo vedevo dallo specchio, era da solo, forse aveva un amico che lo aspettava fuori.
Il 43, perfette. Mi dice, prendile, andiamo alla cassa. Io in quel momento ho perso le parole, sai quando non riesci neanche a dire grazie. Alla cassa c’era una cesta di calze, anche quelle professionali, mi chiede, giochi a pallone, le usi? E io annuivo, sempre muto. Quelle calze costavano come… ahhh non so quante paia ne compro con quei soldi al mercato. Ha dato tutto alla cassiera, le ha passato la carta. Lei gliel’ha restituita ed è uscito dal negozio senza più voltarsi. Non ha neanche preso lo scontrino. La cassiera mi guarda e mi dice lo conosci? E io no! E’ un calciatore famoso. Mi ha messo le scarpe e le calze in una busta e sono uscito per cercarlo, per ringraziarlo ma non c’era più, era sparito. Non ho avuto neanche le parole per raccontare al mio amico cosa mi era successo.
Adesso ho queste scarpe bellissime e penso anche che sabato era il mio compleanno e non ci posso veramente credere: non ho mai avuto niente di più bello. Solo che non ho il coraggio di metterle; ogni tanto, a casa, apro la scatola e le guardo”. Ehi ma hai gli occhi lucidi! “Sì, se ne parlo mi emoziono troppo”. Vabbè ma adesso cerchiamo di capire chi è sto giocatore, forse troviamo il modo per scrivergli e ringraziarlo. Era nero? Magari ha pensato, toh guarda, un fratello meno fortunato di me, gli faccio un regalo. “No no bianco, italiano”. Beh, se la cassiera ti ha detto che era famoso, sarà stato o del Toro o della Juve. Guardiamo le facce su internet e cerchiamolo.
Passiamo in rassegna, in rigoroso ordine di fedeltà, la rosa del Torino ma niente, non c’è. “Aveva pochi capelli, qui, sulla fronte”. E, vabbò, guardiamo gli italiani juventini, non sono poi così tanti. Tempo zero lo individuiamo. “Sì, è proprio lui”. Accetto con una vena di fastidio il fatto che sia a strisce poi penso “chapeau”. 80 euro di roba a lui non fanno né caldo né freddo ma nessuno gli ha chiesto di farlo, tanto meno senza ricevere applausi.

Adesso le metterai per giocare? “Non so: come farò a dire ai miei fratelli che me le hanno regalate? Loro lo sanno che non ho i soldi per comprarmele e potrebbero essere gelosi”. Beh potrebbe andarti peggio con gli italiani che guardandoti con disprezzo i piedi diranno che gli africani non c'hanno i soldi per vivere ma per giocare a pallone con l’ultimo modello della Puma sì. Vaglielo a raccontare che uno dei loro beniamini che tifavano in nazionale poche settimane fa, a cui avevano affidato tutti i loro sogni di gloria, ti ha fatto sto regalo. Ah, a proposito, ma adesso che non avete più il campo sintetico? “Giochiamo nell’altro vicino, l’erba è perfetta, la tagliamo noi tutte le settimane. E’ bellissimo”. 

giovedì 14 luglio 2016

Scripta, nella buca, rimanent -Breve storia triste vera-


Concepisci dei pensieri, podalici, li partorisci tra dolori lancinanti. Poi decidi di dargli dignità perché intrisi di passione e struggimento. Così li scrivi. Di getto. Solo che pensi che meritino un esercizio stilistico più approfondito. Li lasci decantare e ogni tanto li rivedi, perfezioni la sintassi, mediti lungamente sul lessico. Rimangono in incubatrice per settimane. Poi, arriva il momento in cui devi lasciarli andare perché sì, sono tuoi ma non sono per te. Riprendi la penna in mano e li riscrivi tutti d’un palmo fermandoti di tanto in tanto a scrutare la calligrafia, un po' di sbieco, per immedesimarti in occhi non tuoi che dovranno comprenderla in un battito di ciglia. Quando apponi la firma in realtà è come se facessi uno stripe tease liturgico; perché ti stai mettendo a nudo immolandoti sull’altare della schiettezza: sai che ti potrà portare alla resurrezione così come a una mirabolante rassegnazione. Accarezzi quelle pagine come faresti con l’amato pronto ad andare a combattere una guerra dove le possibilità di vittoria e di sconfitta si equivalgono. Imbusti e lecchi il lembo che la richiude sperando che la tua saliva abbia la stessa fierezza della ceralacca. La busta tra le mani, tenuta con la stessa alterigia con la quale una sposa tiene un bouquet sulla porta della chiesa. Bisogna però lasciarli andare quei pensieri lì. Con due dita lambisci il bordo della busta trattenendola ancora mentre i pensieri si affannano nella testa, nel cuore e nella pancia. Tornare indietro sarebbe da vigliacchi, forse, stai facendo la cosa giusta e, così, la lasci andare. Un rumore lieve ma sordo. E’ l’oblio della buca delle lettere. Fine della storia.