Mi piacerebbe vivere in un faro.
Di quelli che a intermittenza indicano la terra ferma a chi è in mare. Mi
piacerebbe sedermi, di tanto in tanto, ai suoi piedi e osservare. Lo farei
d’estate. Perché è d’estate, da un po' di tempo a questa parte, che mi piace
osservarvi. E allora vorrei che a pelo d’acqua calassero un telo e lì venissero
proiettate tutte le vostre incoerenze. Le mie non serve mandarle in onda: ci
convivo quotidianamente, ci litigo mattino-pomeriggio-sera, mi interrogano
prima di addormentarmi e appena sveglia. Vorrei però vedere a confronto la
vostra faccia turbata quando dite che non avete una lira e quella goduta di quando andate a giugno a
Formentera, a luglio in Grecia e ad agosto in Sardegna. In barca. Vorrei assistere a quando
dite che preferite farvi invitare a cena da mamma per risparmiare un po' e poi
farvi rivedere il conto dell’ultimo ristorante stellato nel quale siete stati.
Vorrei farvi risentire la telefonata in cui a maggio mi dicevate che la ragazza
con cui uscivate vi aveva “rotto le palle” e poi era “troppo meridionale” e
sbattervi sotto gli occhi la foto che avete pubblicato sui social network mentre con
lei mangiate una granita a Messina. Vorrei vedere il momento in cui voi due,
che vi siete lasciati 6 mesi fa tirandovi i piatti addosso, avete deciso, a
distanza di poche ore di pubblicare su Facebook la foto in vacanza con il
vostro nuovo partner. Vorrei vederti usare poco il cellulare per mandare messaggi idioti e banali anche il resto dell'anno, non solo quando sei al mare con la dipendente che ti stai scopando. Vorrei assistere al momento in cui scegliete le foto da mandare a tutti i contatti whatsapp per raccontare certosinamente le vostre giornate di vacanza, con i vostri figli che sono scazzati perchè è la trecentoventiseiesima foto che gli fate e vostro marito che piuttosto opterebbe per la clausura monacale. Vi rassicuro: sì, siete bellissimi, felicissimi, mulinobianchissimi. E tutti noi moriamo di invidia. Vorrei però non dover più vedere sfoggio di felicità e
opulenza a qualunque costo. Vorrei vedere, se siete onesti, gli stessi
abbracci, gli stessi sorrisi, lo stesso relax che avete con le vostre famiglie,
con le vostre fidanzate giovani e sode, anche tra tre mesi quando farà buio
alle 17, quando Torino sega ogni entusiasmo, quando il lavoro va male, il pre
mestruo, i bambini che non dormono, gli straordinari, l’amante che vuole di
più, il tram in ritardo, il conto in banca, la vita. Vorrei vedere dei mari
sporchi, perché da Bergeggi a Cuba, da Santorini a Rimini sembra che siate
finiti tutti in paradisi terrestri. Vorrei vedere l’aria pura che abita il tuo
cervello e che ti spinge a scrivere su Instagram didascalie sull’accettazione
di se stessi sempre e comunque o romanticherie prese in prestito da Google,
sotto la foto di te, a bordo piscina, in perizoma, due tette enormi, le labbra così gonfie di plastica che non stan più chiuse da sole. Poi,
dal meraviglioso faraglione su cui mi trovo, vorrei vedere un tramonto. Ma uno
vero. Quello che non avete visto voi perché eravate troppo impegnati a
fotografarlo ovunque vi trovaste. Vorrei, forse solo, e concludo, andarmene in
ferie anche io. Ma vi posso garantire che non vi offrirò gli stessi spettacoli.
Perché soldi non ne ho davvero, plastica sotto pelle ancor meno, sorrisi facili e disinibizione neanche l’ombra. Non mi mancherete. Non vi mancherò. Perché è così che in
estate dovrebbero andare le cose.
venerdì 25 agosto 2017
mercoledì 23 agosto 2017
Mutatis mutandis.
Allora, leoni da tastiera, oggi
sono costretta a darvi una lezione di umiltà. Prima di scagliarvi come belve
inferocite sulle vittime di turno, gradirei che imparaste a documentarvi. E io,
grazie alla grandissima capacità analitica che mi contraddistingue, vi
illustrerò in maniera empirica come si fa. Sfrutterò l’occasione per esaminare
un caso che mi sta particolarmente a cuore e che non può essere più taciuto.
Quest’oggi
miei prodi, parliamo di chi tiene le mutande sotto il costume. Anzi, più
precisamente dei maschi, che tengono le mutande sotto il costume. Perché al
mare le femmine fanno un sacco di altre genialate ma questa, grazie al Cielo,
no.
Allora, in spiaggia, chi più chi meno, quest’anno ci siete già andati tutti
e anche voi avete assistito allo scempio. Ma come vi dicevo, non mi limiterò
a inveire contro questa moda bislacca, no. Io ho approntato un breve sondaggio
con tanto di interviste. Perché, non mi vergogno a dirlo, ho amici, colleghi e
parenti stretti che di questo modus balneandis sono avvezzi. Intanto non
cominciamo a prendercela con gli adolescenti perché i tre casi da me esaminati hanno
età varie tra di loro. E ci sono anche degli adulti. Il più vecchio, che è l’amico
(quindi uno che ho deliberatamente scelto di frequentare tra l’altro) tiene le
mutande anche sotto la tutina della bici, quindi è un caso evidentemente perso.
La sua motivazione è, udite udite, l’igiene. Ergo, per non far entrare in
contatto i preziosi di famiglia con lo iodio, preferisce mettere lo slip di
cotone a protezione. Il fatto che poi, tenere la mutandina intrisa d’acqua
sotto il boxer che funge da costume, magari per mezza giornata in mezzo alla
sabbia, favorisca una proliferazione di muschi e licheni nella zona tra lo
scroto e il prepuzio che manco nella tundra delle aree polari artiche, ah, quello va bene, è igienico.
Ma proseguiamo con la
testimonianza del collega che afferma con assoluta serenità la rapidità con cui
il cotone sulla pelle asciughi non appena si esca dall’acqua. Ah davvero?
Per mia esperienza quando stendo le magliette, al sole di luglio, se non ci sono 40 gradi percepiti e vento di favonio forza 33 nodi, quella roba
lì mica asciuga tanto in fretta e se non asciuga, puzza. Quindi non mi
turlupinare: se tieni le mutande sotto il costume, dopo il bagno, puzzano.
Puzzano anche perché sfregano e non raccontiamoci storie: l’acqua del mare non
ha mica lo stesso effetto di un bidè fatto col sapone di Marsiglia. Però il collega
non cede e mi dice: “Meglio veder la mutanda che esce dal costume che la canala
di scolo”. Ineccepibile. Anzi, forse mi ha convinto.
Ma ho avuto bisogno ancora
di una testimonianza per trarre le mie conclusioni. E allora ho chiesto al
parente per avere conferma che i miei geni sopravvalutati trovassero un
effettivo riscontro. Così è stato e ho indagato tirando fuori un argomento al
quale tutti voi vi sottrarrete con aria schifata ma almeno questa volta non
siate ipocriti. Già perché la pipì in mare la facciamo tutti. Chi nuotando a
rana con aria estasiata, chi andando al largo fingendo di osservare
all’orizzonte i pedalò, chi seduto a riva tra una risacca e l’altra. Mettetevi
nella categoria che più vi rispecchia ma siate onesti.
Ebbene, il maschio con
la mutanda sotto il costume, che fa in questi casi? La fa. Sempre e comunque.
Ma, nel caso specifico da me intervistato con un filo di ribrezzo addosso, tira
giù l’ambaradan e innaffia liberamente l’oceano mare. Così non rimangono tracce sul tessuto una volta
usciti dall’acqua. Fantastico. Un po' meno per chi si trovi a fare snorkeling
nei paraggi ma la cosa non mi riguarda: se voglio vedere dei pesci preferisco
farlo quando siano già fritti in pastella.
Infine, ultimo dettaglio che mi
preme fornirvi, è che la mutanda sotto il costume va scelta con stile. Intanto
sono da preferire slip e non boxer che interferiscano con il costume. Poi
l’elastico va delle dimensioni di una spanna, possibilmente marca “Uomo”,
“D&G” o “Calvin Klein”. Del mercato. Anche tarocchi. Così esce un po' di cafonaggine
media alla quale comunque i maschi italiani sono affezionati. E poi
il costume va tenuto giù, calato, di modo che la mutanda, la vera protagonista di
questo sfoggio di virilità, svetti con fierezza sopra le chiappe.
Ecco. Credo
di avervi detto tutto e avervi fornito una serie dettagliata di elementi per
permettervi di scegliere da che parte stare. Io sto con il poliestere e la
retina che asciugano in fretta e tengono su con delicatezza ciò che la forza di
gravità chiamerebbe a sé. Io, che ambisco sempre a libertà, leggerezza ed
amorosi sensi, vi invito a non sentirvi costretti là sotto, che già la vita
tende a soffocarci. Lasciamo che almeno la nostra intimità goda di un po' di
sana anarchia.
martedì 8 agosto 2017
La rivolta dei GPD -parte1-
Mi perdonerete lo sfogo? Avrete pietà di quello che vi potrà sembrare un frullato misto di cinismo-invidia-supponenza? Perché già vi avverto: sto per addentrarmi in un sentiero tortuoso assai, che ho rimandato da troppo tempo ma che ora grida vendetta. Mamme, papà: Madre Natura, Dio, Buddha, Allah, la fortuna, la coincidenza, il fato vi hanno fatto due regali meravigliosi. Il primo è il più stupendo di tutti: siete genitori di piccoli batuffoli di cotone che vi amano alla follia. Quando cresceranno potrebbero perdere consistenza e sentimenti ma non è adesso il momento di pensare alla loro fase adolescenziale. Il secondo è la possibilità di connettervi, fotografare, condividere qualsiasi momento della vostra creatura. Se sul primo regalo mi permetto di invitarvi a una profusione smisurata, sul secondo siate sobri: un po' meno, per favore. Ve lo dico perché sento nell’aria odore di rivolta dei passeggini. Nel senso che a volte (spesso, spessissimo direi) tendiamo a dileggiare la categoria di questi poppanti che un giorno non troppo lontano cresceranno e rivedendo le foto e i video che mandavate di loro, povere stelle ignare, ai 162 gruppi di whatsapp ai quali siete iscritti, su Facebook, Twitter e Google+, beh, ve lo dico senza giri di parole, si incazzeranno come dei puma. E io sarò insindacabilmente dalla loro parte, Mamme&Papà, sarò la loro Susanna Camusso, perché avranno ragione da vendere.
Sapete quanto sia importante il dovere di cronaca e dunque vi fornirò, come sempre, esempi di vita vissuta. Ce n’è molti, di questi esempi, troppi. Quindi ho deciso di aprire una rubrica periodica su questo tema in modo da monitorarne la pericolosa deriva.
L’altro giorno un collega di Milano, un nome anche abbastanza accreditato nel panorama dell’opinionismo politico in tv e sulla carta stampata, pubblica su Facebook un video del figlio che per riservatezza chiameremo Tancredi. Un bambino stupendo, bellissimo: ricci biondi e occhi blu notte. Avrà 2 anni e mezzo 3. Lo riprende mentre in milanese il bimbo dice “Ho fatto le puzzette”, con la “E” bella aperta alla “Uè testina”. Il padre (che tra l’altro vince il premio “olfatto bionico 2017” per non essersene accorto) gli domanda candido: “E adesso che vuoi fare, andiamo?”. Al che il bimbetto con somma ovvietà dice “Mi scappa la cacca, andiamo”. Ma il padre, tronfio dello scoop che stava registrando in diretta, anziché spegnere sto maledetto telefono e portare il nano a liberarsi di ciò che ormai era in fuorigioco nel suo culetto santo, insiste:
“Ti scappa?”.
Tancredi, silenzio.
“Eh?”.
Tancredi, sguardo perso nel vuoto.
“Andiamo in bagno?”.
Tancredi, “ho fatto la cacca”, boccuccia che esprime sommo dispiacere, occhi bassi, un visino tra il vergognato e il dispiaciuto.
Ma al padre, dotato di intuito felino, tutto ciò non basta:
“Non l’hai fatta addosso…”.
Tancredi, “sì, sì l’ho fatta addosso”.
“Ma no amore, non l’hai fatta addosso, dai andiamo in bagno, forza”.
“Ma io l’ho fatta addosso la cacca!”.
Tancredi si tocca con la manina i pantaloni poi si guarda per vedere se c’è il corpo del reato. Non c’è. E' ovviamente rimasto incastrato nei Pampers. Tancredi, peccato. Peccato davverissimamente. Perché era l’occasione per far diventare questo video la bandiera della protesta dei Giovani Poppanti Dileggiati (che d’ora in poi chiameremo GPD) e ficcare una manata piena sul naso al bauscia.
Maledizione! Tancredi te l’aveva detto: puzza. Tancredi te l’aveva ribadito: mi scappa. Tancredi te l’ha ripetuto due volte: l’ho fatta addosso. Ma vuoi portarlo al cesso sì o no sto povero gagno anziché fargli un video e postarlo su Facebook alla mercè di tutti? Tancredi tieni duro (visti anche i tuoi problemi di contenimento) un giorno crescerai, i tuoi genitori invecchieranno e ci sarà un ribaltamento di ruoli: il pannolino lo metterà il tuo papà e lì sì che avremo la nostra rivincita. REC.
L’altro giorno un collega di Milano, un nome anche abbastanza accreditato nel panorama dell’opinionismo politico in tv e sulla carta stampata, pubblica su Facebook un video del figlio che per riservatezza chiameremo Tancredi. Un bambino stupendo, bellissimo: ricci biondi e occhi blu notte. Avrà 2 anni e mezzo 3. Lo riprende mentre in milanese il bimbo dice “Ho fatto le puzzette”, con la “E” bella aperta alla “Uè testina”. Il padre (che tra l’altro vince il premio “olfatto bionico 2017” per non essersene accorto) gli domanda candido: “E adesso che vuoi fare, andiamo?”. Al che il bimbetto con somma ovvietà dice “Mi scappa la cacca, andiamo”. Ma il padre, tronfio dello scoop che stava registrando in diretta, anziché spegnere sto maledetto telefono e portare il nano a liberarsi di ciò che ormai era in fuorigioco nel suo culetto santo, insiste:
“Ti scappa?”.
Tancredi, silenzio.
“Eh?”.
Tancredi, sguardo perso nel vuoto.
“Andiamo in bagno?”.
Tancredi, “ho fatto la cacca”, boccuccia che esprime sommo dispiacere, occhi bassi, un visino tra il vergognato e il dispiaciuto.
Ma al padre, dotato di intuito felino, tutto ciò non basta:
“Non l’hai fatta addosso…”.
Tancredi, “sì, sì l’ho fatta addosso”.
“Ma no amore, non l’hai fatta addosso, dai andiamo in bagno, forza”.
“Ma io l’ho fatta addosso la cacca!”.
Tancredi si tocca con la manina i pantaloni poi si guarda per vedere se c’è il corpo del reato. Non c’è. E' ovviamente rimasto incastrato nei Pampers. Tancredi, peccato. Peccato davverissimamente. Perché era l’occasione per far diventare questo video la bandiera della protesta dei Giovani Poppanti Dileggiati (che d’ora in poi chiameremo GPD) e ficcare una manata piena sul naso al bauscia.
Maledizione! Tancredi te l’aveva detto: puzza. Tancredi te l’aveva ribadito: mi scappa. Tancredi te l’ha ripetuto due volte: l’ho fatta addosso. Ma vuoi portarlo al cesso sì o no sto povero gagno anziché fargli un video e postarlo su Facebook alla mercè di tutti? Tancredi tieni duro (visti anche i tuoi problemi di contenimento) un giorno crescerai, i tuoi genitori invecchieranno e ci sarà un ribaltamento di ruoli: il pannolino lo metterà il tuo papà e lì sì che avremo la nostra rivincita. REC.
venerdì 4 agosto 2017
Parsimonia, spese di spedizione incluse.
Questa cosa della carta prepagata
dev’essermi sfuggita di mano. La mia coscienza -che di solito è silente sulle
questioni importanti della vita ma sulle puttanate sbraita come l’altoparlante
del “signoreèarrivatolarrotino” - mi ha sempre impedito di dotarmi di carta di
credito. Di fatto non è che ne avessi così bisogno. Da quando son provvista di
conto personale, bonifici, contanti e bancomat hanno svolto egregiamente il
loro sporco lavoro. Solo che poi dei geni del male hanno cominciato a spingere
sta storia dell’e-commerce. Così in panciolle, comodamente stravaccata sulla sedia
rotante dell’ufficio, con un dito nel naso e l’altro sul mouse, sono diventata
click compulsiva. Pur di comprare cose ho tentato di accalappiarmi un falchetto
da riporto che mandasse i miei soldini al destinatario. Poi ho ritenuto che
convivere con un uccello appollaiato sulla scrivania pronto alla bisogna, fosse
un tantino impegnativo. E comunque non rientrava tra le opzioni di pagamento
dei vari ticketone del caso. Capite bene che non potevo fare altrimenti. Ho
ceduto e sì, mi son fatta la prepagata. Che già solo a dirlo -“prepagata”- ti
senti un po' un mix tra Mario Draghi e Paris Hilton, perché ti sembra di aver
risolto tutti i tuoi problemi di macroeconomia che sostanzialmente coincidono
con la possibilità di farsi un paio nuovo di scarpe col tacco che non metterai
mai.
Prendo appuntamento in banca e
alla seconda domanda l’impiegata mi chiede che lavoro faccio. Cerco di stare
sul vago ma le parole “giornalista” e “Reteconomy” fanno credere all’ignara
bancaria di avere di fronte Ignazio Visco; invece sono una che fatica
addirittura a gestire la propria economia domestica. Comincia a parlarmi usando
termini che per me si avvicinavano al kazako ma voglio rassicurarvi: ho
costantemente finto una certa competenza, mi sono messa un po' di sbieco come
si siede la Lilli Gruber quando conduce “Otto e mezzo”, socchiudevo gli occhi
come se ragionassi su tabelle excel mentali e annuivo. Sempre. Alla fine della
fiera l’unica cosa che ho capito è che ogni volta che ricarico la scheda gli
devo lasciare 1 euro di obolo. Così ho sin da subito pensato che fosse
opportuno buttarci sopra un bel po' di grano in modo da non doverne regalare
uno alla banca ogni tre per due. Male, malissimo. Avere una disponibilità
cospicua sulla carta prepagata ti dà un senso di onnipotenza mica da ridere. E giù
di spese. Ora, per correttezza con il lettore, sincerità e autodenuncia
pubblica vi dirò come ho dilapidato il mio patrimonio.
Tanto per cominciare ho comprato
dei libri, per darmi un tono. Solo che seguendo su Instagram le mogli dei
giocatori del Toro -che mi pare un metodo subdolo ma furbo per stalkerizzare gli stessi-
ho visto che tutte pubblicizzavano quella che sembrava la rivelazione
letteraria dell’estate. Al che ho pensato “Faccio un esperimento antropologico
per dimostrare che le suddette non sono tutte fighe-senza-cervello, leggono e
leggendo hanno anche la capacità di giudicare un testo affermando con sicurezza
che è la storia della vita”. Morale: beate voi che siete fighe. Perché io no e
manco intelligente a questo punto, se pensavo che un libro che si intitola “#Formentera14”
potesse essere un cult.
Poi ho comprato il vetrino
temperato per il mio vetusto iphone 4. Non è stato facile trovarlo perché voi,
che siete sul pezzo, mi insegnate che di iphone nel frattempo ne hanno fatti
altri diciotto e dunque reperire un accessorio per una roba che anche a
Cupertino hanno messo nell’indifferenziata, non è così semplice. Ma su Amzon c’era,
c’è tutto tuttissimo su Amazon. Morale: mi è arrivato un vetrino, ma proprio
quello che usano gli ingegneri elettronici quando devono sostituire lo schermo
andato in frantumi.
Con la prepagata ho poi deciso di
comprare dei biglietti aerei. Perché è il viaggio che conta, non la meta.
Davanti a me non si prospettano mesi particolarmente rosei. Così con la mia
amica Elena ci siam dette “Sai che c’è? All’indomani del 31 ottobre partiamo e
ce ne andiamo in ferie, a sfregio”. Abbiamo visto che i primi di novembre
costava pochissimo andare a Londra. Click, biglietti presi! Solo per darvi
conto del lasso di tempo entro il quale ci siamo fatte venire lancinanti sensi
di colpa, alle 13.20 abbiamo fatto l’acquisto su Ryanair, alle 14.30 dopo la
pausa pranzo eravamo in live chat con la compagnia per chiedere di disdire perché
poi “Londra è carissima, noi non c’abbiamo una lira”, “se mia madre sa che
vado nella città a maggior rischio attentati mi mura viva in cantina”, “io
Londra l’ho già vista e tu pure” e “sai che freddo maledetto?”, “per non
parlare della Brexit, quelli gli italiani li odiano”. Morale: alle 14.40, con
sovrattassa, eravamo già dirottate su un volo Caselle-Malta, quanto meno ci
sciacqueremo i piedi nel Mediterraneo.
Poi però con la prepagata ho
fatto un acquisto meraviglioso che rimandavo da troppo tempo e che quest’anno
mi sono regalata: l’abbonamento allo stadio. Con le spese di commissione per
prenderlo su internet andavo direttamente da un rivenditore autorizzato a
Molfetta e spendevo meno. Con la prepagata ho anche fatto delle spese per il
mio benessere fisico. Nell’ordine ho comprato delle pastigliette con la
griffonia che pare faccia miracoli contro la depressione e l’abbassamento dell’umore.
Per ora il risultato è che ho perennemente sonno e sfanculo chiunque mi capiti
a tiro. Poi un beverone di succo puro di aloe. Dovrebbe garantirmi di fermare l’invecchiamento
precoce che al momento si è attanagliato nella zona perioculare, tenermi lontano
da malanni di ogni genere, mosche, zanzare e pappataci, nonché contribuire alla
vitalità delle mie cellule cerebrali che, contrariamente a quanto potreste
pensare, avendo letto fino a qui, stanno benissimo. Nel caso le cose dovessero
improvvisamente peggiorare, potrò comunque regalarmi due sedute da uno
specialista. Le ho appena viste su Groupon, giuro. Le prendo con la prepagata. Si
compra un po' tutto, anche un manuale di deontologia professionale, volendo. Ma
questo è un altro discorso.
martedì 11 aprile 2017
Impara l’arte e mettila da parte.
artista s. m. e
f. [dal lat. mediev. artista «maestro
d’arte»] (pl. m. -i). – 1. Chi esercita una delle belle arti (spec. le arti
figurative, o anche la musica e la poesia): gli
a. del Rinascimento; gli a. della scuola romana. Come termine di
classificazione professionale e dell’uso com., anche chi svolge attività nel
campo dello spettacolo (teatro, cinema, ecc.): a. lirico; a. di varietà; gli a. della radio, della televisione; i
camerini degli a.; ingresso riservato agli artisti. Il termine implica
spesso un giudizio di valore ed è allora attribuito a chi nell’arte professata
ha raggiunto l’eccellenza: è un vero
a., un grande a., un a. di genio.
Partiamo dalle definizioni. A
qualcosa dovremmo pur appellarci in questo mondo di labilità e incertezze.
Perché mi sono già imbattuta un po' troppo spesso rispetto al limite
tollerabile, in persone che fanno uso improprio della parola di cui sopra. Cosa
ben più grave: rivolgendosi a loro stesse. Ecco che dunque, occorre fare un po'
di chiarezza, cari miei bei pifferai da palcoscenico, affabulatori da sagra
della pigna, soubrette da inaugurazione della Pro Loco e istrioni del teatrino
parrocchiale. Perché incrociare i vostri occhi pieni di entusiasmo e un po'
meno di guizzo e sentirsi dire “Piacere, io faccio l’artista”, beh,
obiettivamente, fa raggranellare la braccia come se mi fossi iniettata miglio
decorticato sottopelle. Intanto, se tu sei un artista, magari lo lasciamo
decidere alle folle, tra una sessantina d’anni, quando sarai orizzontale sotto
un cipresso? A meno che tu non abbia già orde di ammiratori che comprano i cd
con qualsiasi tuo vagito, che si appendano anche sui soffitti le tue opere
d’arte, che usino i tuoi versi in rima per conquistare amate glaciali, non
definirti artista. Perché perdi già l’80% di credibilità.
Vi racconto un paio di episodi
per dovere di cronaca. Qualche mese fa esco per un aperitivo con una collega
che deve presentare due suoi amici ad un’altra collega single. (Non ho mai
capito se in questi casi mi chiamino perché sono di compagnia o solo perché ho
una certa famigliarità con l’alcol. Credo la seconda comunque). Ma non
divaghiamo. Ebbene, arriviamo al locale e i due mister Loba Loba erano già al
tavolino. Il primo dei quali con un wiskhy in mano (sì, vi ricordate bene, ho
detto che eravamo usciti per un aperitivo) e mescendolo come un lord irlandese
ci racconta cosa fa nella vita esordendo così: “Io sono un artista”. Eccolo. Se
avevo dei dubbi ne ho ricevuto conferma. E dunque che faresti di preciso per
essere definito tale? “Il falegname. Ma faccio tutto io dalla progettazione
alla realizzazione”. Allora, dì che sei un falegname, per dinci. Non è mica un
disonore! Guarda che la parola “artigiano” non è ancora stata bandita dal buon
costume. Comunque. Per la cronaca, la mia collega e Pietro Piffetti non si sono
mai più rivisti.
Il secondo lo becco l’altra sera,
ad un evento. Fa il cantante, che è la parola giusta. Cioè, dopo aver fatto il
militare, il centralinista, l’animatore, l’impiegato, ha capito che gli piace
cantare e vuol vivere di quello. Ma Vivagesùmmaria, fai benissimo e ti auguro
lunga vita gorgheggiante. Ma non mi dici “Stasera presentami tu, perché sai,
(il perchèsai tra l’altro mi irrita
una roba che non si spiega) io sono anche bravo a fare l’intrattenitore e
potrei farlo per ore, ma stasera sono stato invitato in qualità di artista e
quindi non posso anche introdurmi”. Al che penso: “Luigi Tenco redivivo,
Diocenescampieliberi”. Anche perché poi sento che ha la necessità di dire ad ognuno
degli organizzatori della serata che lui era “l’artista”. Ora, non mettiamo
neanche in discussione i testi e le melodie che hai cantato e nemmeno
l’impianto audio che faceva concorrenza al “Cantatu”. Anzi, scusami, perché
forse non ti ho presentato così bene. Ma lo scazzo che mi ha attanagliato era
avvinghiato a me come un koala sull’eucalipto. Non mi permetterei mai di dire
alcunchè sulla qualità. Ma sulla quantità sì, è un dato oggettivo. Perché quando
al microfono ho annunciato che erano in vendita i tuoi Cd e, presa da spirito
corporativo ho detto al pubblico che così avrebbe avuto il piacere di ascoltare
i due successi proposti durante la serata più molti altri e tu mi hai fatto no
con la testolina, mostrando due con le ditina, allora lì ho capito che ero
stata gabbata dalla tua stratosferica prosopopea. Cioè fammi capire. Tu hai
scritto due-canzoni-due, con tanto di rime baciate quanto meno azzardate e me
l’hai menata tutta la sera che sei un artista? Ascoltami bene. Anche io cantavo
la domenica a messa nel coro della chiesa ed ero pure intonata; pensa che
facevo anche le commedie in piemontese nel teatrino di Almese. Ma mi limitavo
ai plausi delle perpetue e dei miei vicini di casa, non millantavo certo doti
artistiche, non ero né una vocalist né un’attrice!
Bon. Poi effettivamente penso che
io sto qua, un po' rancorosa, a scrivere di te che nella beata inconsapevolezza
che ti contraddistingue, sei stato capace di ritagliarti degli spazietti.
Guarda, per sta volta ti salvo. Non ti scaricherò mai su iTunes ma ammirerò
coraggio, intraprendenza e autostima che senz’altro ti porteranno su altri
palchi. E pazienza se saranno quelli della festa patronale di Poirino o del
carnevale di Carmagnola. Tu sarai lì e senza vergogna annunciandoti dirai: è
arrivato l’artista, in vendita i Cd!
mercoledì 5 aprile 2017
Ta-ta-tabù.
Ragazze, io ve lo dico. Anzi, no. Facciamo una breve
premessa altrimenti si scatena l’ufficio stampa dei luoghi comuni e non ne
usciamo vivi. Ciò che salverà il mondo sarà senz’altro la varietà. Che a volte
va di pari passo con la libertà di esprimersi nei modi più disparati, creativi,
congeniali, estrosi possibili ed inimmaginabili. Su questo siamo tuttissimi d’accordo,
nasconda la testa sotto la sabbia chi la pensa diversamente, lasciandoci solo
il piacere di conversare col proprio posteriore che senz’altro avrà più
argomenti. Però, cari miei giovanotti, esiste anche quell’altro tipo di
libertà, un po' bizzarra e démodé, che prevede di far notare quando il limite
si sia oltrepassato, quando da quella creatività, congenialità ed estrosità vi
siete lasciate prendere un po' troppo la mano.
Ecco. Quindi ora sono libera di dirvelo, ragazze: basta con
ste labbra siliconate, gonfiate, strapazzate, superdotate. Perché, e ve lo dico
francamente, il rischio che correte è solo ed unicamente quello di riproporre l’omino
liquirizia delle caramelle Tabù di beata memoria.
Che poi sta moda ha attanagliato
proprio tutte: bionde, more, lisce, ricce, alte, basse, visi tondi, visi larghi, visi
oblunghi. E prevalentemente due categorie di femmine: quelle coi soldi, fighe. Quindi,
converrete con me, che se già Madre Natura è stata munifica con voi (magari
lesinando su altri aspetti ma abbiamo detto che non sta a noi giudicare)
facendovi decisamente più carine della media, ma perché dovete iniettarvi saccate
di acido ialuronico per sembrare poi il materassino che avevo al mare? Guardate
che poi quella roba lì si ammoscia, ne sarete schiave per sempre, non si può
mica mettere una toppa con l’attak come facevo, per l’appunto, col mio materassino
gonfiabile che puntualmente bucavo, strisciandolo sulle pietre laviche delle
spiagge libere che frequentavo da infante. Inoltre il rischio è che, essendo in
tante ad aver avuto st’idea luminare (bionde, more, lisce, ricce, alte, basse, visi tondi, visi
larghi, visi oblunghi), vi assomiglierete tutte. Ilary Blasi, per esempio,
fighissima, sta prendendo una pericolosissima deriva verso la Daniela, consorte
dell’indimenticato Mike Bongiorno. A Nina Moric manca il biondo per essere
confusa con Donatella Versace. Poi mi date anche nome, cognome, indirizzo della
mamma e numero di targa di quei cicisbei di maschi omega (che per chi non lo
sapesse sta al capo opposto dell’alfa) che vi hanno detto che con sti salamini
beretta sulla bocca siete più attraenti. Perché vanno puniti. Severamente.
Zompettando un po' su internet si
trovano addirittura gli esercizi da fare metodicamente, ogni giorno che sorge
il sole, per farsi venire labbra carnose. Molti di quegli esercizi ho provato a
farli in ufficio davanti al pc ma i miei colleghi han chiamato la protezione
animali. Tipo questo, che è uno dei più semplici. Leggete:
“Vuoi labbra più carnose? Allora allenale! Esistono tanti tipi di
esercizi per ingrandire le labbra, uno di questi parte proprio dalla famosa
duck face: disponi le labbra come se stessi per dare un bacio e mantieni questa
posizione per 10 secondi dopodiché torna alla posizione normale. Continua così
per 10 volte al giorno ogni giorno e vedrai che a distanza di qualche settimana
le tue labbra saranno più grandi e voluminose”.
E niente, ragazze. Non state a
perder tempo, ve lo dico io. Il comune denominatore di sti esercizi è uno solo:
trovatevi un bel macho latino che zampilli fuego y pasion da ogni poro e
limonateci duro il più a lungo possibile. L’effetto dovrebbe essere ugualmente
garantito, con automatiche iniezioni di autostima che di sti tempi fan bene un po'
per tutto e senz’altro meglio dello ialuronico. Così facendo, pare che poi ci
sia anche la risposta al cruccio che vi tormenta la mattina davanti allo
specchio: sì, tranquille, siete fighe. Comunque. Anzi, no. Di più.
lunedì 19 dicembre 2016
Di comodità virtù.
Quest’anno mi sono dedicata ai
concerti. Perché nella vita bisogna darsi degli obiettivi alti e per il 2016 ho
deciso di strafare. Così sono giunta ad alcune considerazioni che mi pare
doveroso condividere. Ah, avevo già detto che odio il verbo condividere in un
altro post più in basso, caso mai moriste dall’irrefrenabile voglia di saperlo.
Dicevamo. Prima di tutto: quelli alti, dietro. Non mi interessa che siate
arrivati al pomeriggio, piantando le tende two seconds fuori dai palazzetti,
mangiandovi panini con maionese e frittata per ammazzare l’attesa. Non mi
interessa che non sia colpa vostra se Madre Natura, Dio, Buddha, Allah o Krishna
vi abbiano dato il dono di osservare il mondo dall’alto. Anche se prendete la
pioggia per primi, non mi fate pena. Ai concerti districarsi tra voi pertiche è
faticoso come scendere col bob su un campo di margherite. Quindi, per cortesia,
abbiate pietà: al fondo, o al massimo di lato. Lasciate pure davanti la vostra
fidanzata urlatrice alta 1.20, tanto lei avrà occhi solo per il suo idolo sul
palco, neanche si ricorderà che avete preso ferie rischiando il licenziamento
per accompagnarla 13 ore prima, che quei biglietti che le avete regalato vi
sono costati la vendita delle cornee e che voi ascoltate di nascosto metalcore
e non ste nenie scritte da depressi per gente depressa che gode nel deprimersi
vicendevolmente. Poi, seconda categoria.
Ce n’è anche per le fanciulle. Se siete ricce, fatemi il sacrosanto favore di
legarvi i capelli. Sembra di avere davanti Telespalla Bob. Comprenderete la
difficoltà di visione che arrecate al prossimo no? Non dico di buttare 20 euro
per farvi la piega liscia che tanto poi sembrate delle foche monache. Però che
diamine, due forcine basterebbero per domare ste criniere. Terza categoria, tra
le più moleste. Quelli che zompettano come dei pungiball gonfiabili a cui è
appena stato sferrato un pugno alla Jackie Chan. Sono le persone che non
riescono a ritagliarsi come tutti uno spazio vitale entro il quale stare e per
parlare col vicino -che basterebbe solo ruotare il bacino senza altri sforzi-
si appoggiano sol vostro coccige e vi prendono a spallate come in una finale di
rugby. Allora. State calmi. Già siamo in 6000 in un locale che a malapena ne
contiene 300. Riuscite a stare fermi o quanto meno a non muovervi come se foste
tarantolati? Io mediamente sti soggetti, al terzo spintone li fisso con aria di
sfida. Poi mi rendo conto che la loro faccia denota la stessa intelligenza di
Renzo Bossi alias “Il trota” il mattino appena sveglio dopo una colossale
sbornia. E quindi mi arrendo. Prendo e mi sposto. Di solito ho la stramaledetta
fortuna di infilarmi in mezzo a un gruppo di ragazzette un po' troppo
entusiaste per i miei canoni. Quelle che urlano, ridono in modo convulso, si
abbracciano, si fanno i selfie mentre sotto passano pezzi del calibro della Canzone
di Piero. Che dici, vabbè. Già ci sono io coi miei problemi e le mie storie
tristi. Io infatti ai concerti solitamente svengo. Sarà il caldo, la pressione
sotto le scarpe, la confusione. Tipo l’anno scorso sono capitombolata due volte
nel giro di mezz’ora nel bel mezzo dello stadio al concerto di Vasco. Con tanto
di riproponimento della piadina del porcaro appena mangiata. Scusate la
franchezza ma è per rendere meglio l’idea. I volontari della Croce Rossa quando
arrivavo nella tenda per il primo soccorso mi salutavano con un cinque. “Hai
fumato? Che hai bevuto? Hai preso le pastigliette, eh?”. Ma no! Ho solo la
forza fisica di un paramecio con la sars. Mi prendo la mia dose di acqua e
zucchero e poi sono a posto. Anzi, i miei amici crociati mi davano il mio kit e
poi mi chiedevano se cortesemente potevo sloggiare per lasciare il lettino a
chi era in coda in coma etilico e aveva bisogno di una flebo per tornare nel
mondo dei vivi. L’ultima volta al concerto di Bianco, la mia amica Elena è
andata al bancone del bar per sapere se avevano dell’acqua. Ha rimediato un
bicchiere da cocktail con un po' di zucchero di canna per il mojito. Che comunque
mi ha aggiustato la serata. Da allora mi faccio fare una lavanda gastrica prima di recarmi a qualsiasi botteghino e prendo il Polase, così non rischio figuracce. Basterebbe che mettessero due sedie. Uh come mi
piacerebbe ascoltare un concerto rock seduta comodamente su una poltroncina,
come me lo godrei. Poi se c’è da fare due salti sono la prima ad animarsi. Però
questo sì che sarebbe un referendum propositivo al quale aderirei. Forse lo
firmeremmo solo io e altre due anziane della Casa di Riposo di Almese. Ma come
saremmo felici. Denota vecchiaia tutta sta pappardella? Macchè, è solo un modo
per fare cose da giovani assecondando tutta la mia profetica pigrizia. Perché alle
tisanerie, ai concerti da camera e ai seminari pomeridiani sulla poetica di
aristotele no, non voglio arrendermi. Non ancora.
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