AnnaGiùDalTram

lunedì 28 luglio 2014

Le serate Materassi.

Alzi la mano chi non ha mai dovuto partecipare a una “serata materassi”. Se non avete ancora avuto l’occasione, lasciate il vostro numero di telefono tra i commenti qui sotto, così la prossima volta che mi chiamano un sabato pomeriggio di giugno per sapere se alla sera ho voglia di chiudermi tra le pareti dell’associazione degli amici delle campane della cappella di San Pancrazio, per assistere all’ennesima presentazione del materasso miracoloso, faccio un bel trasferimento di chiamata. Sul vostro cellulare. Perché ragazzi, certe esperienze nella vita, si condividono. Mi chiedo perché ci siano rogne che capitano sempre agli stessi.

Vi racconto come funziona, per voi che magari siete ignari. Ci sono aziende che si occupano della realizzazione di prodotti, i più gettonati e rinomati sono i materassi, i quali però non hanno un canale di vendita in negozio, bensì si fanno invitare dalle varie associazioni dei paesi che hanno il compito di riunire un certo numero di coppie; queste devono ascoltare la presentazione del prodotto e, cosa auspicabile, comprarlo. In cambio si riceve un bonus in cash che, di sti tempi, fa sempre gola. Così parte la spasmodica ricerca di coniugi -o surrogati- sacrificali che abbiano voglia di pupparsi la serata per raggiungere il quorum necessario al fine di ottenere i soldi promessi dall’azienda. Numero minimo di coppie: 25. Sulla totalità c’è anche qualcuno che poi compra il prodigioso materasso in schiuma di lattice estratto da papaveracee di origine protetta o il cuscino che neutralizza i dolori cervicali o le doghe che alzi e abbassi con il telecomando come in un valzer in posizione orizzontale. Il problema però, sta proprio nel trovarle, ste coppie. Ci sono mogli che piuttosto di andare ad una di queste serate rinunciano agli alimenti; mariti che fanno i turni di pulizia nell’ufficio del capo pur di non arrivare a casa in tempo e poter evitare la sciagurata serata. Così capita che arrivati all’appuntamento, di solito nella sede dell’associazione che ha organizzato il tutto, parta il toto coppie. Ho visto abbinamenti degni degli esperimenti della Roslin Institute –dove hanno clonato la Dolly, solo per dire- io sono stata più volte abbinata a ultrasessantenni, a quindicenni e a donne. Tra omosessualità e illegalità ho pure dovuto fare da cavia per provare la comodità del materasso. Vi spiego. Per far sì che tutto il pubblico lo possa ammirare nella sua bellezza, di solito il rappresentante piazza doghe e materasso su un tavolo. Poi chiede a uno sfigato a caso del pubblico di fare da tester. A me è ovviamente capitato due volte. “Prego salga, si stenda, si accomodi, si giri, prima di lato, poi a pancia in giù, poi supina, poi prona…”. Ou.

Comunque ve lo assicuro, sti materassi sono meravigliosi. Tutte le coppie presenti arrivano ad un certo punto apicale della serata in cui farebbero carte false pur di averlo. Poi ti dicono il prezzo e ritorni a pensare che quei due assi di compensato che hai sotto la schiena la notte, siano tanto salutari.

Io, che mediamente alla mia vita non faccio mai mancare esperienze forti, ho fatto anche la serata sui depuratori d’acqua e sugli antifurti. La cosa interessante di quest’ultima è che l’Aib che l’aveva organizzata, per circuire il maggior numero di partecipanti, aveva pensato di aprire la serata con un giro pizza a 5 euro. Il tentativo di fuga subito dopo essermi riempita la pancia però, non è andato a buon fine. Fatto sta che ho dovuto assistere a una manfrina dai toni piuttosto apocalittici. Il rappresentante in questione, prima di proporci il prodotto, ci ha fatto vedere dei video in cui ladri senza scrupoli si intrufolavano di notte nelle camere dei bambini, rapinatori in passamontagna aggredivano donne inermi, furfanti a piede libero svaligiavano la casa dagli affetti più cari, e giù di dati con cifre allarmanti sui furti in appartamento. Una roba da trauma piscologico immediato. C’era gente che mentre sto qui parlava chiamava i vicini di casa per sapere se avevano visto movimenti sospetti; altri, li ho visto benissimo, si toccavano ripetutamente nei punti nevralgici contro la scalogna. Al termine della presentazione del miglior antifurto mai concepito, il rappresentante passava tra le coppie e chiedeva che tipo di casa avessero, se fossero poi così certi che fosse sicura o che mentre loro stessero lì non ci fosse già una banda armata che gli stava facendo la festa; se sapessero che non basta vivere in un appartamento al 62esimo piano, per poter stare tranquilli.

Morale della favola: io l’antifurto non l’ho comprato, in compenso la pizza che avevo tanto apprezzato mi è andata di traverso. Sono tornata a casa col fiatone. E ho pensato che solo con un materasso riempito con fieno aromatico delle valli cuneesi, avrei dormito sonni tranquilli. 

giovedì 10 luglio 2014

Se l'afa è affar mio.


“Piove di nuovo?”, “Ma non è possibile!”, “Dimmi te se deve piovere d’estate”, “Sembra autunno”, “Ah, non ci sono più le stagioni di una volta”, “Appena piove, qui, fa disastri”.


Ehi, psssst, psssst. Dico a te che stai leggendo. Vieni, avvicinati allo schermo del pc, dello smartphone, dell’ipad o di qualsiasi diavolo di aggeggio tu abbia tra le mani. Devo dirti un segreto ma sottovoce perché è una di quelle cose che è meglio non divulgare troppo. Hai mai sentito parlare di surriscaldamento globale? Shhhhhhh! Per dinci! Che ci scoprono! E’ quel fenomeno per cui la temperatura media terrestre è aumentata di 1 grado negli ultimi anni, i ghiacciai si sciolgono, gli oceani evaporano, aumentano le inondazioni e ci sono perturbazioni più anomale e violente. Lo so, lo so che è una roba da nerd di climatologia. Che il motivo per cui piove due ore e tira giù le piante e scoperchia i tombini è solo perché Marte è in congiunzione con Urano o perché al Padre eterno piace che la terra diventi una piscina dentro cui sguazzarci i piedi d’estate. Lo so. Non troviamo sempre e per forza dei motivi plausibili alle cose, suvvia. Infatti, come ben vedete al Tg non ne parlano mai. Tipo, un mesetto fa c’è stata un’inondazione terribile in un posto sperduto, nella zona cinese, se non ricordo male. Ebbene, l’annunciatrice al Tg2, aria contrita, ha preso a dire: “sono 50 le vittime di questo improvviso fenomeno ma c’è una notizia positiva: dopo due giorni i soccorritori hanno ritrovato un cagnolino rimasto sepolto dalle macerie della casa colpita in cui viveva”. Sì. Ok. Yuppidu. Sparo un minicicciolo in salotto per celebrare la morte definitiva del giornalismo, mi rammarico per quei 50 poveretti a cui sono stati riservati 4 secondi nel servizio totale e poi mi chiedo perché non si abbia mai voglia di dire la verità. 
Ve lo dico io allora perché viene giù come se non ci fosse un domani. 
Perché abbiamo tutti una macchina e spesso la usiamo per fare due isolati: da casa, alla palestra dove ci mettiamo a fare fatiche inumane correndo sul tapis-roulant; dal posto di lavoro alla banca, che dista un isolato e che è uno di quei luoghi pubblici in cui d’estate ci sono 7 gradi e devi entrare col pile se non vuoi che ti si congeli il mocciolo del naso e d’inverno 42, per cui da quest’anno all’ingresso degli uffici pubblici sarà possibile trovare delle comodissime infradito da infilare durante le ore di attesa agli sportelli. 
Piove così tanto perché provare un t-shirt nel camerino di un negozio equivale a farsi un bagno turco all’hammam, tanto si suda. E poi perché è pieno di luci, ovunque, sempre accese, sempre a palla. 
Piove così tanto perché il frigorifero è pieno, la tv accesa, il computer connesso. Perennemente. 
Piove perché ci piace la sensazione di camminare scalzi a gennaio col riscaldamento a pavimento che sembra di stare su una spiaggia tropicale. Per cui vedi gente che in bikini saltella dalla cucina al bagno per non scottarsi i piedi, tanto tiene alte le temperature. 
Poi però a volte capiamo i nostri errori: non tanto perché il clima è insostenibile ma perché il portafogli piange. E allora facciamo un investimento, merito anche degli strabilianti incentivi statali: mettiamo i pannelli solari. Mettere i pannelli solari sul tetto di casa equivale ad espiare tutte le proprie colpe: vuoi investire la tua vicina di casa che non sopporti? Vuoi rubare le Fiesta alla Coop? Lo puoi fare, perché tanto tu ormai sei così bravo ad aver messo il pannello solare che tutto ti è perdonato. Poi lo Stato a me fa riderissimo, perché ti fa la detrazione per questi interventi ma non ti dice che se ne potrebbero fare tanti e tanti ma tanti altri, gratis o poco più, e spesso più efficaci. Ma poi, Stato, devi essere sincero, ce lo devi dire perché fai il figo con sta storia del fotovoltaico; non sarà mica per ripulirti la coscienza usando il trattato il Kyoto come una salvietta umidificata di quelle che si usano per il sederino dei bimbi? E per evitare così di pagare troppe multe per non aver fatto manco l'ombra di quello che ti veniva richiesto?! Stato, lo sai che noi siamo un po’ tonterelli, ce lo devi spiegare se ci stiamo fottendo tutte le risorse, se ci stiamo rovinando con le nostre stesse mani, se dobbiamo correre ai ripari un po’ alla svelta prima che anche qui da noi arrivi un Katrina che si porti via il Colosseo, la Mole e la Torre di Pisa. Di Venezia non parliamone neanche, quelli di sti tempi se non sono invasi dall’acqua, sono sommersi dalla merda. Ma questo è un altro discorso.


Ah giusto per la cronaca, sto weekend piove di nuovo. Che fate? Pensate di ricominciare la manfrina del “si stava meglio quando si stava peggio”? O molto più banalmente, spegniamo l’aria condizionata?! Non sembra, ma fa. 

giovedì 3 luglio 2014

Altro giro, altro regalo.

Ah le giostre! Il tir dei fratelli Moglia o chi per essi che quando arrivava scaricava oltre alla pista degli autoscontri, anche un po’ di marmocchi che per un breve periodo finivano smistati nelle nostre classi. Molti di noi hanno avuto un giostraio vicino di banco per almeno un paio di settimane. Alcuni, vedendo arrivare la carovana, andavano ad aiutare a scaricare e si guadagnavano manciate di gettoni per tirarsela poi con gli amici. Gli altri invece, dovevano elemosinare un po’ di spiccioli dai genitori che però, durante la festa patronale, diventavano miracolosamente più accondiscendenti. Alle giostre si poteva addirittura andare di sera, il che era una trasgressione non indifferente. Le ragazze stavano ore davanti allo specchio per prepararsi e si conciavano come se il tipo che faceva girare gli autoscontri fosse Enzo Mirigliani. I maschi non si lavavano, come da routine, ma si sparavano litri di Malizia Uomo sotto le ascelle, mettevano il cappellino con la visiera che era diventata una specie di tubo di scolo ed erano pronti per la loro serata da leoni.
Non sono cambiate molte cose dai miei tempi. L’ho appurato l’altra sera andando alle giostre in piazza della Repubblica alla Chiusa che è ancora uno di quei posti in cui quando c’è la festa patronale, arriva il carrozzone.
Le ragazze continuano a considerare quell’evento come un rito iniziatico per poter trovare marito. Dedicano sempre alcune ore allo specchio prima di uscire ma la differenza, rispetto al passato, è che lo fanno come se il tipo che fa girare gli autoscontri sia buonanima di Riccardo Schicchi. Non so se cogliete la differenza di approccio. I maschi continuano ad avere alcuni problemi di idrofobia ma in compenso trascorrono lo stesso quantitativo di ore delle ragazze davanti allo specchio. Il cappellino c’è sempre, girato un po’ di sbieco ma con la visiera dritta, piatta, che conferisce immediatamente un’aria garula. Non avete mai notato? E' una roba che pure se se lo mettesse Renato Dulbecco correrebbe il rischio di una revoca immediata del Premio Nobel. Va beh.
I ragazzi che stanno davanti al pungiball invece, ce li avete presenti? Di default sono tamarri ma tamarri di paese, quindi un po’ barotti e non possono far nulla per ovviare a questo stile che emerge prepotentemente. Hanno spesso i pantaloni mimetici, una t-shirt attillata e il borsello a tracolla nel quale mettono i soldini che nonna gli ha dato per farsi un giro alle giostre. Quelli più magrini e sfigatini stanno in disparte e fanno il tifo per il peso massimo del loro gruppo che crede che basti pesare come una vacca di Pratobotrile per potersi cimentare in questa disciplina. Mediamente i maschi che passano le ore davanti al pungiball rimangono tamarri anche superati i 40.

C’è una cosa però che è vertiginosamente cambiata: i prezzi. Un giro di calci-in-culo, alias giostra a catene, 1.50 . Vuoi saltare sul tappeto elastico? 5 minuti, 5 €. Se invece sfidi gli amici sugli autoscontri spendi come minimo 10 euro per fare 4 giri. In compenso il giorno dopo sembri la Pimpa, solo che le macchie sul corpo sono violacee tendenti al verde. Poi aggiungici 2.50 € per calpestamento di suolo giostraio e 3 milioni e 3 (come direbbe Razzi) per poter esplicare la funzione biologica di scambio dei gas fra organismo e ambiente esterno, con assorbimento dell'ossigeno ed emissione del biossido di carbonio. Ovvero, per respirare. Il tutto, te lo dice la moglie/figlia/sorella –la differenza tra i tre ruoli è sottilissima- del capo giostre che con aria scazzata ti comunica quanto fa con lo stesso tono di voce che si adopererebbe per parlare col vicino di poltrona al Regio durante la morte di Violetta nella Traviata. Al che tu educatamente, richiedi, quanto? Visto che a un palmo da te c’è un subwoofer che sfonda il muro del suono sparando un brano di Toni H. Si ripropone la stessa scena e arrendendoti le allunghi un dieci euro; lei ti lancia tre gettoni fluo, ma è inutile rimanere con il mento che poggia sul bancone del camion adibito a cassa, aspettando del resto. Lei, masticando un Big Babol con la stessa grazia di un ruminante, ha già ripreso a limarsi le unghie fucsia, in attesa della prossima festa patronale.  

venerdì 27 giugno 2014

Apostrofi come stelle.

“Ti prego, ti prego fai un post sui tatuaggi di merda!”. E’ Simmy che me lo chiede davanti a una pizza kebab, che tra l’altro è una roba che non smaltisci manco se polverizzi la Citrosodina e te la sniffi per raggiungere esperienze digestive mai provate prima. Comunque, il discorso nasce dal fatto che proprio quel giorno ho pubblicato su Facebook la foto di un conoscente con un tatuaggio con le caratteristiche di cui sopra. Poi ho deciso di levarla, un po’ perché non tutti hanno il dono di comprendere la satira e un po’ perché di righe sulla macchina ne ho già parecchie. Però posso raccontarvela e in segreto mostrarvi la foto incriminata sottolineando il fatto che quando un’immagine viene pubblicata online senza restrizioni alla propria privacy eh beh, diventa dominio un po’ di tutti. Se poi si tratta di materiale che manda in visibilio le papille del mio gusto per l’ironia, non posso che godere di questi spunti che piovono dal cielo come manna. Torniamo a lui. Anzi, al centro delle sue spalle, roba che per lo meno si può vedere pubblicamente solo da giugno a settembre, diamogli questa attenuante. Font “Old English” e il verso del Blasco che dice “…perché la vita è un brivido che vola via, è tutto un’ equilibrio sopra la follia…”. Ecco, rileggetela. Ma non soffermatevi sui contenuti. Osservate l’ortografia, rimettetevi il grembiulino e tornate alle elementari. Sì, cari miei, l’apostrofo. Ora, io non so di chi sia la colpa se del committente che ha dato al tatuatore la frase scritta male, se il tatuatore abbia abbandonato gli studi in terza asilo, se gli sia partito il pennino in un impeto di quella follia di cui si parla nella canzone. Non lo so. Fatto sta che sto segnetto, che può essere scambiato per un neo bluastro, che se lo sbianchetti magari non si nota poi così tanto, che per molti può sembrare insignificante sarà una firma indelebile sulla pelle di costui che prima di risentirsi con me, dovrebbe appendere per le orecchie il suo scribacchino al quale non consiglierei il Cepu, no. L’esilio in Antartide però, sì.
Certo è che una frase così alla mercé di tutti è davvero impegnativa. Pensate però che c’è gente che ha scelto consapevolmente di farsi sfottere fino a che il Padreterno non deciderà di interrompergli questo supplizio. E’ come se uno decidesse di proposito di presentarsi al proprio matrimonio con i sandali e le calze o come se pubblicasse la propria foto nella cabina elettorale mentre sulla scheda scrive “Scilipoti è onesto”. Come minimo gli amici qualche domanda sui suoi disturbi psichici gliela faranno, eh che diamine.  

Per esempio, partiamo dall’Immobile nazionale che al momento non è rientrato in Italia perché si trova ancora in fuorigioco a Natal. Tant’è. Poco dopo la nascita della sua primogenita si fa tatuare il ritratto della bambina sull’avambraccio. Ciro ma come diavolo hai fatto a non accorgerti che quel tatuatore ti ha gabbato? Non vedi che il ritratto è il suo e non quello della tua adorabile figliola che suppongo sia un po’ più bella di come questo graffitaro te l’ha rappresentata?


Poi c’è lui. Che poverino ha proprio una Babele nel cervello, tant’è che le sinapsi non riescono a comunicare tra loro e producono sti effetti. I gusti sò gusti, ma pure la mia gelataia dice che limone e cioccolato insieme fanno schifo. Quindi esistono dei punti fermi nella vita, dei valori assoluti: farsi tatuare Gigi D’Alessio è illegale in tutti gli Stati del mondo. Tienine conto.


Infine abbiamo il caso umano. La ragazza che dopo quella botta fortissima presa cadendo di faccia dallo scivolo in lamiera del parco giochi, surriscaldato a 97° gradi il 13 di agosto di qualche anno fa, ha deciso di diventare Sailor Moon. Così si è fatta tatuare il carro dell’Orsa Maggiore, Minore, Andromeda, Cassiopea e Sagittario. Tutte su pochi centimetri di lembo facciale. A una coì che vuoi fare? Provare a prenderla a schiaffi così magari cade qualcuna di quelle stelle e puoi esprimere per lei il sacro santo desiderio che ogni giorno guardandosi allo specchio e battendosi il petto si chieda per lo meno il perché. 


mercoledì 18 giugno 2014

Quando la ciabatta fa tendenza.

L’altro giorno sono entrata in un negozio di abbigliamento maschile e ho pensato che per poter mettere quei vestiti lì al massimo puoi avere 21 anni, devi frequentare la palestra tre volte alla settimana, depilarti integralmente, guardare “Uomini e Donne” e avere la tintarella di Carlo Conti. Altrimenti c’è niente da fare, fai ridere. Partiamo dalle t-shirt. Sono quasi tutte trasparenti o con colori tipo rosa fluo o verde acqua. La maggior parte con scollo a V che arriva più o meno all’altezza dell’ombelico. Per cui capite le conditio sine qua non di cui sopra. 
Le giacche. Sapete no, che adesso si usano gli spezzati. Ecco. Le giacchette che però sono giuste sulle spalle, automaticamente hanno le maniche che ti arrivano al gomito e non le chiudi. Poi chiedi al commesso: ma com’è sto fatto? E’ la mia taglia ma non si chiude. E lui con lo sguardo alla Dolce&Gabbana (nel senso che somiglia a entrambi contemporaneamente), l’occhiale da hipster e l’orologio al polso delle dimensioni di un pendolo a cucù, ti dice candidamente: “Ma adesso si usano così”. Valà. 
I pantaloni hanno il risvolto e stanno appena sopra la caviglia. Quando andavo a scuola e mia mamma mi faceva il risvolto ai jeans mi sentivo una disadattata; peggio ancora quando toglieva il risvolto e mi faceva l’orlo ad acqua in casa: ho vissuto traumi infantili di prese per i fondelli non indifferenti. E non fate i furbi perché è successo ad ognuno di voi. 
Apriamo il capitolo scarpe e cominciamo dalle All Star. Intanto ammetto le mie colpe: ne ho cinque paia e non mi basterebbero mai. Andrei solo in giro così, alla faccia di ballerine e dècolletè senz'altro molto più aggraziate. Vent’anni fa le vendevano al mercato e te le tiravano dietro perché erano di gomma pura e i piedi lì dentro prendevano vita emanando lo stesso odore che senti passando in tangenziale nei pressi della Lipitalia. L’ultimo paio che ho comprato me l’hanno venduto come se fossero già sporche e con gli strappi di lato, fichissimi. Con la scusa che fossero limited edition mi hanno ficcato una randellata sui denti che ho dovuto promettere a San Crispino, patrono dei calzolai, che non ne avrei più comprate per tre anni per ammortizzare la cifra. O le Superga. C’era un banco che vendeva le scarpe vicino a quello di “Ebedeigiocattoli”, quando il mercato era ancora in piazza, che le aveva. Costavano una cosa tipo 10-15 mila lire. E durante tutto il ciclo delle elementari le ho sempre avute, un po’ bianche, un po’ blu. Adesso costano come minimo 50 euro ma l’odore che alla sera emanano è poi sempre lo stesso. E vogliamo parlare delle espadrillas? Noi le mettevamo o nelle recite della scuola per non rovinare il palchetto del teatrino oppure in vacanza al mare. In giro con gli amici mai, perché erano un po’ da sfigati. Ora le vendono color pastello per i ragazzi che vanno a comprare nei negozi di cui vi parlavo prima. E se vai a fare aperitivo in piazza Vittorio con le espadrillas, becchi un casino. Ma robe da matti. 
Dedichiamo anche un minutino al K-Way. Sì sì cari cicisbei, quello che diventava un marsupio con le strisce di elastico a righe che uscivano dalla tasca; ce lo facevano mettere quando andavamo a fare la castagnata a Madonna della Neve o in gita a Oropa dove sistematicamente pioveva. Era verde smeraldo o rosso vivo; averlo blu, più discreto, era già una benedizione per pochi. Adesso è diventato un marchio, c’hanno fatto pure il negozio in via Roma a Torino e all'aeroporto di Caselle e i prezzi variano tra i 55 ai 170 euro. 
Basta ho deciso, devo riesumare un po’ di roba dall’armadio e far vedere a sti pivelli da dove nascono le mode: dai pomeriggi uggiosi in cui dovevamo per forza andare in gita con la parrocchia. Tiè. 
E poi sono pronta a scommetterci: tra vent’anni, care fanciulle, il vostro principe azzurro verrà a prendervi sotto casa in sella a un Ciao della Piaggio, con le Crocs ai piedi e avrete pure il coraggio di dire che sarà un bonazzo da paura. 

mercoledì 11 giugno 2014

Nell'era di Linkedin.

A proposito del mio rapporto controverso con la lingua inglese vorrei fare una riflessione su quanto i mestieri di oggi si siano inglesizzati. Ma alla nausea. Se avete un profilo su Linkedin e ce lo avete in italiano – come me- sappiatelo: siete degli sfigati. Prendetemi pure come esempio. Cosa faccio nella vita? Scrivo cose e parlo con la dizione corretta a pagamento. Benissimo, chiaro. Ma volete mettere il fascino di scrivere sul proprio curriculum: Anna Olivero journalist and speaker. Come minimo ti scappa il goccino già solo nel batterlo sulla tastiera del pc (anzi, se non sei sfigato –come me- del Mac).
Scorro i profili on line ed è un pullulare di HR, che ti viene da dire: hr positivo o negativo? Invece no, tranquilli, un HR è un addetto alle risorse umane. Molto più rilassante come definizione no? Tant’è. Poi vado avanti e trovo CEO, COO, CTO che non centra nulla con l’omonimo ospedale anche se ste diciture ti fanno venire il trauma cranico. Questi tre sostanzialmente sono i capi, i fondatori dell’azienda per la quale lavorano. Sì ma la cosa che mi fa svalvolare è che trovi gente di vent’anni che ha fondato l’associazione degli amici del calcio a 8 e organizza eventi sportivi per rinnegati dal mondo calcistico, che si definisce Ceo and foundator. Amico mio sì, fa figo. Magari fa anche un po’ curriculum perché per lo meno ti sei inventato come occupare il tuo triste e desolato tempo libero causato dalla scelta di aver proseguito gli studi universitari. Ma anche se non te la tiri va bene uguale. Ho beccato un tot di gente che conosco che si è messa a fare il chief. Ho pensato, toh guarda, s’è buttato nel campo culinario. Poi con dispiacere ho dovuto comprendere che significava che era diventato il capetto della sua azienduccia. Prestigioso, certo, ma al contempo banale.
I migliori sono quelli che lavorano nelle agenzie di comunicazione. Li adoro. Magari hanno uno stanzino tre metri per tre dove impaginano volantini per la parrocchia ma si sono fatti la foto dello staff e ognuno ha il suo ruolo, inglesizzato, ovvio. Poi ci sono quelli già un po’ più su di tono, anche bravi, che sognano di avere un sito internet pieno di codici e sigle che manco Google translate, ancor prima di aver pagato i propri dipendenti.
Mi sono imbattuta un giorno nel leggere le mansioni di un tizio che fa il data mining specialist, che in sostanza è un cervellone informatico che analizza flussi di dati. Un nerd senza possibilità di redenzione, insomma. Ebbene, leggete con me in cosa consistono le sue mansioni in azienda: “Disegna le migliori soluzioni nel binomio digital goals e IT development. E' digital architect e coordina i team di backend development. Fa sì che le leve del progress marketing thinking siano presenti in tutti i tools sviluppati per garantirne le migliori prestazioni e redemption”. Nel dubbio: a’ sorreta.  Ma vi rendete conto? Sapete che il correttore di Word è talmente impazzito che di queste tre righe mi ha sottolineato parole in rosso a caso, anche corrette in italiano?
Magari sono io che sono troppo purista e che non comprendo che certi linguaggi, importati con l’avvento della tecnologia made in Usa, non si possano italianizzare. Capisco pure che se si lavora per un brand –anzi- per un marchio internazionale, la seconda lingua è fondamentale anche nel definire il proprio ruolo professionale ma diversamente è proprio solo uno sfoggio di cultura, se mi permettete, un po’ spocchioso. Da questo punto di vista adoro gli spagnoli. Laddove gli è stato possibile hanno mantenuto la loro lingua. Il mouse del computer, per dire, si chiama ratòn. Il football loro lo scrivono e lo pronunciano fùtbol, l’hot dog è un perrito caliente, dove perro significa cane; il guard rail è il quita miedo, cioè il togli paura, il phon è il secador e i jeans (manco la parola jeans traducono!) sono i vaqueros perché erano i pantaloni usati dai mandriani. Meravigliosi.

giovedì 5 giugno 2014

Peter Fassino.

Bond. James Bond. Fassino. Piero Fassino. Sì ok, non che il paragone regga tantissimo. Ma James Bond non rideva mai. E manco Piero. 007 aveva sempre il completo coordinato in giacca e cravatta. Come credete che si vesta al mattino Fassino per andare a Palazzo di Città a fare casini col bilancio? Uguale! Mi direte che James Bond però aveva un fascino altisonante e una schiera di donne che facevano la fila per poter essere le sue amanti. Vi confido un segreto. Voci di popolo dicono che il sex appeal di Piero non abbia nulla da invidiare a quello del famoso agente segreto. Anche se sotto gli occhi ha due borse con dentro la spesa settimanale di una famiglia di 5? Anche se quando lo vedi da lontano sembra che sia un copri abiti dotato di mobilità? Anche se ha il naso direttamente proporzionale al suo metro e 92 per rimanere in equilibrio? Sì, cari miei, pare proprio sia così la faccenda. Bond nasce in Scozia e Fassino ad Avigliana. Bond raggiunge risultati eccellenti in ambito sportivo; Fassino milita nelle giovanili della Juventus, mantenendo quello stile tipico della gobba, che sfoggia non appena gli nominano la parola “Filadelfia”, cosa che di solito lo porta a reazioni convulse e possedute. Si dice che quando Fassino promise i soldi per il rifacimento dello stadio, scese le scale dei palazzi comunali come la bambina dell’Esorcista. James Bond parla perfettamente francese, tedesco e anche inglese. Francese e tedesco non lo so. Ma l’inglese lo parla pure Piero. Beccatevi questa e poi non ditemi che sparo scemenze a vanvera.




Ora, levatevi quel sorrisino dalla faccia. Perché io, che ho studiato inglese solo al liceo con la professoressa -stimabilissima- che purtroppo per lei non aveva avuto il dono del fonema R, che mi ha fatto uscire dalle orecchie i Daffodils di William Wordswhort (sì, sì, lo so che state provando a pronunciarlo con la R di cui sopra, malefici!) e che non è riuscita -per mia negligenza- a farmi appassionare a questa lingua, davanti a una telecamera non mi ci metterei mai a parlare in inglese. Neanche con il copione scritto. Piero invece, del quale non condivido mai tuttissime le scelte che fa, si è però messo in gioco. Dice che Torino è “a rial factori taun” come lo direbbe Pino Milenr, di Telecupole. Però si sbatte e ci mette la faccia. Parpigna un po’ con gli occhi per farsi forza e giù di british english in piemontesis way.  Adesso Piero, devi fare un video mentre ti accendi una Lucky Strike e con aria affascinante ci dici che imparare l’inglese non è mai troppo tardi anche se la nostra sola lingua di riferimento fosse il patois.