AnnaGiùDalTram

martedì 8 gennaio 2019

Prisencolinensinainciusol (ovvero, cose a caso)


I primi due film che ho visto al cinema nel 2019 sono stati Mary Poppins e I Moschettieri del Re. Mary Poppins nella versione originale del ’64 era il mio film dell’infanzia; all’epoca chiesi a mia madre il permesso di potermi iscrivere a “Tele Mike” per rispondere a domande impossibili sul film, tanto lo conoscevo a memoria. Mary Poppins è “praticamente perfetta sotto ogni aspetto” e ci assomigliamo molto. Non per questo motivo, per altri. Mary Poppins è una saccente del cazzo, anche un po’ acida, sebbene abbia molti pretendenti e tutto sommato non se la passi così male. Ama tantissimo stare con bambini non suoi per un tempo circoscritto e determinato. Ha parenti con evidenti disturbi mentali, si commuove ma odia piangere in pubblico, ha un ombrello parlante a forma di pappagallo. No, io questo non ce l’ho ma lo vorrei tantissimo. Il film è carino e neanche così incomparabile col primo. Mi ha fatto tornare a quando piazzavo la seggiolina gialla in mezzo alla cucina, infilavo il pigiamone rosa di pile e mettevo la cassetta nel video registratore. Voto amarcord: 4 stelle. Poi ho visto i Moschettieri del Re. La sensazione che ne ho avuto a fine proiezione è stata: “Sarebbe stato un film geniale se avessimo potuto girarlo fino a giugno; però hanno voluto che uscissimo a Natale”. Ecco, tanto per farvi capire. Voto: 1 stella. Però Favino è meraviglioso. Impeccabile anche in un film che, più che altro, sembrava, a più riprese, un coito interrotto. Voto alla sua interpretazione: 5 stelle. Credo quasi con certezza che le battute che facevano più ridere fossero sue improvvisazioni. Azzeccatissima anche la scelta musicale con il pezzo di Celentano che dà il titolo a questo post e che vi invito immediatamente a mettere in cuffia perché mentre sto scrivendo ce l’ho e sarebbe una bella corrispondenza di amorosi sensi se lo ascoltassimo tutti. Toh, vi lascio anche il link per comodità.


Il 2018 è stato un anno pazzesco. Ho fatto delle cose fighissime. Ho anche perso il lavoro e dopo 15 anni di onorata carriera nel mondo del giornalismo, con una parentesi incidentale in quello della scuola, sto inviando cv per fare la stagione come cameriera a Formentera. Mi rimbalzano tutti perché non ho esperienza ed è un vero peccato perché ai pranzi degli Alpini ho sempre servito cavandomela egregiamente. Tant’è. Ma un po’ lo sapevo che l'anno appena trascorso sarebbe andato bene, perché il 18 è il mio numero preferito e poi vado abbastanza forte negli anni pari. Infatti temo il 2019 ma Paolo Fox mi ha rassicurato. Pare che per il mio segno zodiacale, da maggio, succedano cambiamenti elettrizzanti. Credo che esista un amore che duri tutta la vita, quindi posso anche permettermi di credere a Paolo Fox.


Ho un amico immaginario alto 1.90 per 100 kg, senza capelli. Discutiamo animatamente da tre anni, soprattutto quando mi faccio la doccia, mi lavo i denti e sono in macchina. Il problema di base è che lui non capisce una minchia. Però sogno che un giorno si materializzi, diventi carne ed ossa e mi dica: “Dai, fino a qui ho scherzato. Adesso basta”.


Diffidate di chi, pur dicendo di amarvi, lascia che andiate in giro con tutti quei punti neri in faccia.


Ho deciso che nel 2019 mi regalerò esperienze bizzarre. Infatti il primo venerdì dell'anno sono andata al Le Roi, in via Stradella a Torino. E’ stato come entrare in un’altra epoca. Intorno a me nessuno che non avesse la pensione da almeno due lustri. Ero in una balera progettata negli anni ’60 da Mollino; una sala da ballo con un’architettura decadente e affascinante. Coi camerieri in papillon dell’età degli avventori che servivano ai tavoli. I signori che venivano al divanetto, dandomi del lei, per chiedermi se volevo ballare. La pausa tra un genere musicale e l’altro, più per evitare arresti cardiaci in pista che altro, credo. Nessuno che smanettasse col cellulare, nessuno che sembrasse grottesco. Ho ballato anche io nel "dance time" e ho raccattato sorrisi di approvazione perché quanto a scioltezza e in confronto ai signori presenti, sembravo Raffaella Carrà agli albori della carriera. Entrata alle 21.30, uscita a mezzanotte quando di solito a vent’anni non avevamo neanche ancora deciso cosa fare. Bellissimo. 
Poi mi sono data anche alle esperienze culinarie forti. Astenersi vegani, schizzinosi, femminucce. Ho mangiato il buel culè. Il nome è evocativo anche per i non autoctoni; in caso contrario ricordatevi che Google risponde a qualsiasi quesito. Buonissimo, sale, olio e pepe. E bon. Per essere solo il 5 gennaio potrei davvero avere un 2019 intenso....ma allora Paolo Fox ha ragione!

martedì 11 settembre 2018

Il Grande Bluff.


Io non vorrei segare gli entusiasmi delle Rosselle O’Hara che ancora ci credono. Però no, non è (quasi) mai vero niente. Solo che sento il dovere morale di dirvelo. Poi con la bruciante realtà dei fatti ognuno ci farà un po' quel che vuole.
Sto parlando dei complimenti, delle avance, delle smancerie, dei convenevoli, delle lodi e dei salamelecchi che i maschi dicono in preda a fortissimi pruriti al basso al ventre, zona strettamente collegata con il sistema nervoso centrale. E’ la prurigine che detta queste meravigliose parole.
E voi, mie belle papavere, non vorrete mica dirmi che tutte le lotte femministe fatte nel corso della storia siano state vane. Per non parlare delle quote rosa, delle battaglie per l’indipendenza e tutto il gran parlare che si fa sul fatto che gli esseri umani a doppio cromosoma X siano geneticamente più furbi degli XY, ecco, dopo tutto questo, non accetto che vi facciate perculare dalle parole melensi di un maschio col pizzicore. Dai su, dignità ragazze. Potrete sempre accennare un sorriso timido, per far credere al di lui che abbiate preso per oro colato qualsiasi cosa vi abbia detto e che siate pronte per farvi turlupinare ma tranquille, noi sapremo che si tratta solo di compiacimento, di generosa cortesia, quasi di compassione materna.
Vi faccio qualche esempio perché mi rendo conto che senza concretezza potreste pensare di non essere coinvolte in queste vicende. Invece mie belle Anitegaribaldi è capitato e capiterà pure a voi. Sentite queste.


“A me piacciono le ragazze col seno piccolo”, detto a voi che manco con il push-up ripieno di poliuretano espanso riuscite ad arrivare alla terza. Falso. Infatti ora sta con Barbie Chirurgo Plastico.

Se vi dice con sguardo sornione “Mi son sempre piaciute le ragazze coi capelli corti” schermitevi pensando alla moglie del di lui che c’ha due metri di criniera bionda.

Se vi fa i complimenti per le gambette da Muppets che vi ritrovate non stupitevi poi se dopo un po' vedrete che si è fidanzato con una che al posto delle gambe ha due corsie dell'A4 Torino-Milano.  

Se dice che pensare ai vostri occhi non lo fa dormire la notte perché due retine così non le ha mai viste, sappiate che il ragazzo già si trova in fallo perché se nel mondo siamo 7,6 miliardi di persone, di cui circa la metà, dunque 3,8 miliardi sono femmine, se tanto mi dà tanto, di occhi di un colore difficile come il vostro ce ne saranno sicuramente alcune migliaia. Infatti lui nel giro di poco e nel raggio di non troppi chilometri dal vostro naso s’è invaghito di un'altra che su per giù c’ha l’iride gemella della vostra.  

Se vi dice che gli piace toccare un pò di carne sotto i polpastrelli aggiungendo "devo sentire qualcosa, quelle secche non sanno di niente", non credetegli soprattutto se adesso esce con Miss Biafra. 

Se rideva per le facce improponibili che gli facevate era forse solo per compiacervi siccome adesso sta con una che ha la mimica facciale della Gioconda. Bella, per carità, bellissima, però il dinamismo espressivo è un'altra roba. 

Se vi confessava di aver sempre avuto un debole per le fighette radical chic eppure ora frequenta una punkabbestia con dubbio senso estetico e problemi di relazione con l'ordine e la pulizia, beh, nel dubbio, controllate di aver avuto l'antitetanica attiva nel periodo in cui vi siete frequentati.

Se vi diceva che come voi nessuna mai, sappiate che era solo il titolo di un film di Muccino del 99.

Ora, ognuna aggiunga mentalmente la sua personalissima esperienza, poi diamoci un "cinque" virtuale pensando che di fatto siamo state prezioso viatico per aiutare il MisterLobaLoba della situazione a capire qual era veramente il vero amore e fare così la scelta giusta. Eh. Ah, ah. Sì, perchè è vero verissimo amore. Eh già. Ma sicuro. L'amore trionfa sempre. Euh, se trionfa, l'amore. 

Ecco, penso di essere stata sufficientemente esaustiva. Ricordate che siete meravigliose a prescindere dagli entusiasmi facili e infingardi di chi con voi ha giocato al Grande Bluff.

martedì 12 giugno 2018

Chi fa la spia non è figlio di Maria.


Ammetto di avere dei reali problemi con lo spionaggio informatico. Lo so, non si fa, non si deve e se lo si fa perchè si deve, perché si tratta di questioni di vita o di morte (tipo sapere come si vestiva nel 2012 la tipa che fino all’altro ieri usciva con quello là che vi piaceva alle medie e che adesso è diventato inchiavabile) almeno non andrebbe detto. Io invece mi dichiaro, tanto prima o poi lo so che nella foga della ricerca certosina mi partirà un like al ragazzo che piace alla mia amica con cui non è più amica su Instagram mentre invece io sì e lo posso spiare perché ho ricevuto un’investitura per questo compito che manco i Cavalieri della Tavola Rotonda. Credo capiate, anche a causa di questa complessità sintattica, quanto sia faticosa l’attività di stalkeraggio. A volte termino alcune sessioni di spionaggio con le occhiaie, i bulbi oculari iniettati di sangue e la bava alla bocca. Lo ammetto, non ci sono lati positivi in tutto ciò. Al massimo vieni a scoprire cose che avresti preferito non sapere. Ho più o meno sempre idea di dove abbiano passato Natale, Capodanno, Ferragosto e San Valentino, le persone che ho schedato e che monitoro con una certa costanza. Anche se credete di essere super riservati, anche se andate con la vostra paperina a fare climbing estremo in Papua Nuova Guinea, dove ci siete soltanto voi due e quattro Huli Wigman della regione degli altopiani del Sud, beh, sappiate che prima o poi qualcuno violerà la vostra privacy e pubblicherà foto di voi che manco sapevate. E a quel punto io, che monitoro, saprò.
A volte mi ritrovo in locali, per strada, in coda al cinema o al supermercato con gente che, ovviamente, ignora totalmente chi io sia ma di cui conosco gusti culinari, mete vacanziere preferite, squadra del cuore, ex fidanzati in ordine alfabetico, miglior compagno di banco delle elementari. Perché l’attività di stalking (che per brevità chiameremo ADS) ti fa entrare nei meandri delle persone che concedono, volenti o nolenti, spazi della loro vita quotidiana alla mercè del web. E’ terribile, lo so. Ma infatti tendenzialmente fare sta roba mi fa schifo. Però son portata. Eh, c’è niente da fare. Per esempio, prima, in pausa pranzo siamo andate a prendere un caffè con altre due colleghe. A un certo punto passa uno che la mia amica aveva visto di sfuggita un mese fa. E’ bastato uno sguardo d’intesa e ci siamo fiondate all’inseguimento del di lui come tre ninja, seguendolo con lo sguardo da dietro gli occhiali da sole per capire in quali anfratti dei Docks Dora andasse a cacciarsi. E niente, stiamo monitorando la planimetria depositata al catasto per vedere l’esatta posizione in cui potrebbe lavorare. Tra un secondo, già lo so, lo beccheremo su Facebook e il gioco sarà fatto. Ecco, quale gioco? Tendenzialmente lo stalking, passatemi il paragone, è come l’onanismo. Non è che poi ci fai robe, è eccitante di per sé. L’altro giorno ho scoperto quand’è il compleanno di una tizia che puntavo da un po'. Io che non credo ai segni zodiacali ho però appurato che una che mi stesse così sulle palle non potesse essere altro che di quel segno lì, che tanto non vi dirò mai perché come Pollyanna sono buona e gentile con tutti. Euh. Comunque. Comunque quando lo faccio mi sento un po' con l’immondizia al posto del cuore, tanto per citare un noto poeta contemporaneo. Ma anche io a volte lascio in pasto ai curiosi qualche traccia di me. Son generosa, è risaputo. Perché al contrario di quelli che so che si fanno i fatti miei pubblico e lascio che guardiate senza troppe restrizioni. Tanto la mia evoluta ADS fa sì che io sappia perfettamente chi di voi guarda come un voyeur dietro le tendine della finestra della cucina, la dirimpettaia, i miei profili. Cicisbei, bubusettete!

martedì 3 aprile 2018

Le vent nous portera.


Consigli per l'uso: ascoltarlo senza necessariamente guardare le immagini, utili solo per creare il video. Non darsi delle risposte e nemmeno pretendere di leggerle tra le righe perchè non ci sono. Fate come me. Ascoltate la storia e poi, se ne avrete voglia, se ce ne sarà il tempo, se vi garberà, fatevi qualche domanda. E' l'unica cosa che in questi casi si possa fare. 









mercoledì 31 gennaio 2018

Invece, il 2018.

Io i buoni propositi per l’anno nuovo comincio a pensarli verso la fine dell’anno precedente, li dimentico fino ad aprile, mi sovvengono intorno al giorno del mio compleanno, mi attanagliano la coscienza al ritorno dalle vacanze, comincio ad applicarli sporadicamente i giorni dispari di ottobre, poi verso dicembre ne penso di nuovi e via ricominciando. Quest’anno però mi sento in pole position verso il traguardo della pace dei sensi e della coerenza. Dunque siamo a febbraio e voglio cominciare e metterli addirittura nero su bianco per non scordarmeli più. Abbasso l’asticella delle aspettative su me stessa ed escludo dall’elenco:

1) fare sport, perché ho uno spiccato talento nel farmi condurre in modo lascivo dalla mia pigrizia; inoltre sono particolarmente allenata alla fatica emotiva, quella fisica però no, lasciatemi in pace.

2) comprare verdura di stagione, perché anche se mi sono stampata una tabella excel che mese per mese mi dice di quali prodotti beneficiano gli orti nostrani, finisco sempre col prendere dei pomodorini pachino della Spagna a dicembre, delle zucchine dello Sri Lanka a febbraio e dei meloni di Capo Verde per il cenone di Capodanno;

3) mettere i tacchi, perché mi sembra superfluo scomodare Santi e Beati ogni qualvolta incontro un pezzo di porfido;

4) bere tanta acqua d’inverno, perché per la prima ragione dell’elenco di cui sopra, mi scazzo a dover andare in bagno troppe volte: tira su, tira giù, la tazza di una temperatura che sfiora quella del Circolo Polare Artico quando ancora non c’era il surriscaldamento globale, il rotolo che quelli prima non cambiano mai quando finisce. Una fatica titanica insomma.

Così mi sono tarata sulle mie reali esigenze di sopravvivenza e capacità.

Punto 1: Vorrei provare ad evitare di iniziare qualsiasi tipo di proposizione con la parola “minchia”. Sarebbe un bel passo verso una mia riabilitazione nell’universo delle ragazze fini e beneducate, club esclusivo che mi ha estromessa da una quindicina d’anni.

Punto 2: vorrei prendere le distanze in modo pacifico dagli arroganti, egoisti, sotuttoio, facciotuttoio,  sonooberato, sentiamocitraseimesiperchèdevosalvarelaterradallimminentecadutadiunmeteoriteepropriononriescoavenireabereunabirranomancouncaffèmacomefaianoncapireche24orenonmibasterannomaiscusaciaoholestetistasullaltralineatichiamoio, quelli che se non ci fossero loro, che tutti gli altri sono una manica di mentecatti, gli ipocondriaci, quelli che se ti capita qualcosa -qualsiasi cosa- a loro è anche successa ma in modo molto più grave, impattante, catastrofico. Ecco, spero di essere stata esaustiva nell’inquadrare i soggetti. Cari milord dei miei stivali, sono giunta ad una incrollabile conclusione, tollero tutto ad un’unica condizione: che voi salviate vite o siate sotto il fuoco incrociato delle bombe. Se no, no. E io, francamente, di amici, parenti e conoscenti o ibridi che salvino esseri umani quotidianamente in territori di guerra o nei pronto soccorso, non ne conosco. Ergo, se sono sparita, ammesso che abbiate avuto il tempo per potervene rendere conto, vi ho appena spiegato il perché.



Punto 3: con i collerici, fegatosi, iracondi, irascibili, irosi, irritabili e irritanti, rabbiosi, stizzosi, in parole semplici con quelli che sono sempre incazzati e che hanno una propensione a lamentarsi di tutto e di tutti, che cercano la rissa, che fanno congetture apocalittiche anche quando vigono tempi di calma piatta, ecco, con voi invece, mi arrendo ufficialmente. Sono sincera: mi buttate una coltre di negatività addosso che lèvati. Ma non vi lascerò sguazzare nella vostra bile, rimarrò tenacemente al mio posto, permettendo che il vostro ego si sfoghi, sperando che la fatina della leggerezza un giorno non troppo lontano vi colga e vi faccia ammirare la bellezza dello “stare sereni”. Nel frattempo adotterò una tattica infallibile che ho preso in prestito da uno dei miei miti di gioventù che insieme a Walter Veltroni, Avril Lavigne e Papa Giovanni Paolo II mi hanno forgiata in vari settori della vita: il dottor Cox di Scrubs. Anche io, quando mi imbatterò in uno della vostra specie, mi rifugerò nel mio posto felice.



venerdì 22 dicembre 2017

Oliviero, no.

Fate questo esperimento con me. Immaginate che da qualche parte, nel vostro cognome, venga aggiunta una I non prevista. Mettetela in un punto a caso. Ci siete? Bene. Ed ora pensate che nei contesti più svariati le persone vi chiamino così e non col vostro cognome duro e puro. Alla lunga, ve lo assicuro, il senso di scazzo/incazzo che vi pervaderà salirà a livelli megagalattici. 
Immaginate anche questa scena: qualcuno che di soppiatto arrivi alle spalle del pagliaccio It, sì, quello di Stephen King, gli tiri una scuzzetta sul collo e poi ridendo gli sventoli il dito sotto il naso per fargli indovinare chi possa essere stato. Ecco. Io, ogni volta che mi chiamano Oliviero, sono la reazione di It ad uno scherzo di dubbio gusto come questo. 
Ultimamente è una vera croce. Tutte le volte che qualcuno deve pronunciare il mio cognome è matematico che vada a finire a schifìo. Nell’elenco degli iscritti all’esame da giornalista professionista ero Anna Oliviero. Non un bel presagio. Infatti mi hanno segato, dicendo che ho “gravi lacune sintattiche e grammaticali”. Io avrei da ridire sui vostri copia-incolla invece. Esce il mio primo pezzo sul Corriere di Torino. Firma: Anna Oliviero. Per un attimo ho avuto un problema di identità e ho creduto di essermi firmata male io. Invece no, ovviamente. Sei in fila dal medico? La segretaria per darti la ricetta urla a squarciagola “E’ arrivato l’arrotino Oliviero!”. Vai a farti un weekend fuori porta? Il giulivo proprietario del b&b ti accoglie con un “Olivieeero benvenuta!”. Vai allo stadio a vedere una partita non in abbonamento e il cicisbeo della biglietteria, pure se gli fai lo spelling, aggiunge una I di default. Chiedi l'accredito stampa per un evento mandando numero di tesserino, riferimenti anagrafici, postali, numeri di telefono e scarpe e niente, il cognome te lo frullano piazzandoci una vocale che ti cambia il codice fiscale. Lo fa anche il megacapo della tua azienda che alla cena di Natale chiama uno ad uno per fare gli auguri. Ti dice pubblicamente che sei giovane e carina, due doti per altro imprescindibili per la mia professione, coltivate con cura e maestria nei miei anni di corsi di formazione, università, redazioni. Va beh. Poi aggiunge, con calorosa stretta di mano: “Continui così, Anna Oliviero”. Ti limiti a rispondere che ti basterebbe che ti chiamassero col tuo nome e che almeno il collega che ha fatto le slide dell’organigramma della tv, frequentandoti su per giù 8 ore al giorno da tre anni e mezzo, levasse quella stramaledetta I anche dal power point con cui si presenta l’azienda all’universo mondo. 
Benedetti signori, parliamone. Perché mi aggiungete una vocale non richiesta? Ho fatto una ricerca. In Italia ci sono circa 1220 famiglie col cognome Olivero e 1233 con Oliviero. Dunque il mio non è che sia meno diffuso e vi giustifichi il refuso con l’altro. Ma soprattutto il cognome Olivero esiste praticamente solo in Piemonte da dove provengo. Dovreste rendervene conto da tanti elementi, primo fra tutti il mio accento da bela bergera che mi parte inequivocabilmente se non metto l’impostazione “dizione”. Oliviero è diffusissimo in Campania ed è primo nel comune di Gambugliano, in provincia di Vicenza. Ora, non chiedo che facciate una mappatura dei cognomi italiani prima di pronunciarne uno, chiedo solo che leggiate, copiate/incolliate, pronunciate senza troppa approssimazione il mio nome. Non è difficile, anzi, vi risparmio anche il fiato di una vocale che non c’è, non mi piace, non voglio.

Vi chiedo aiuto ragazzi. Che qualcuno mi suggerisca cosa rispondere quando mi chiamano nel modo sbagliato, perché io, per davvero, son disarmata ma vorrei dare una bella lezione a questi bulletti da pressapochismo.  Babbo Niatale e dolce Biefana, aiutatemi voi!






giovedì 21 dicembre 2017

Il 2017.

Il 2017 mi ha insegnato che:
Non importa che tu creda di scrivere discretamente bene. Ci sarà sempre qualcuno che ti dirà che hai “gravi lacune sintattiche e grammaticali”.
Non importano la laurea, i corsi, l’esperienza, la gavetta, la strada. La meritocrazia non esiste.
Non importa che sia meglio. Basta che sia giovane.
Non importa che abbia aspettato con pazienza. Basta che l'altro cognome conti di più.
Non importa che tu riesca a mettere da parte due soldi. Se paghi le tasse non li avrai per molto sul tuo conto. Certo, se non le paghi, no.
Non importano le lacrime. Ci sarà sempre una birra che ti farà ridere a crepapelle.  
Non importa che tu abbia ragione se chi dovrebbe dartela è troppo preso da se stesso.
Non importa se ti tieni col cibo durante la settimana per arrivare al sabato a pesare 50 chili. Tanto nel weekend ti sfonderai al punto da prenderne 3.
Non importano i tuoi progetti di strafare. Ci sarà sempre qualcun altro che senza bisogno di far nulla avrà l’attenzione che tu non saresti in grado di attirare neanche allestendo un circo.
Non importa che tu voglia andare al mare se chi guida preferisce la montagna.
Non importa che tu stia invecchiando, ci sarà sempre chi ti tratterà come un adolescente.
Non importa che tu non abbia voglia di invecchiare, ci sarà sempre qualcuno che ti metterà di fronte alle tue responsabilità.
Non importa che tu ti faccia pagare troppo poco. Tanto ti risponderebbero “quella, se non ti sta bene, è la porta”.
Non importa che tu non sopporti i gruppi di whatsapp, ci sarà sempre un regalo, una cena, una festa, un funerale da organizzare al quale sei invitato.
Non importa che tu ti senta figa. Sarà esattamente l’unico giorno in cui non troverai nessuno per strada.
...


venerdì 15 dicembre 2017

Il balletto che non mi aspetto.

Mia mamma fa gli anni il 14 agosto lamentandosi del fatto che il giorno del suo compleanno non ci sia quasi mai nessuno dei suoi figli in circolazione. Spiace scontentarla, però nascere la vigilia di Ferragosto non agevola certo le reunion famigliari. E infatti i regali arrivano un po' scaglionati in altri periodi dell’anno. Per esempio mio papà le ha regalato un biglietto al Regio per il 5 dicembre. Meglio, ho suggerito a mio padre di farle quel regalo perché di norma è un pensiero che apprezza tantissimo. Così per non perdere questa proficua tradizione e in cambio della buona idea suggerita, ha pagato il biglietto pure a me. In realtà non era per magnanimità, piuttosto che sorbirsi l’opera avrebbe addirittura chiesto il favore a Freddy Krueger. 
Detto questo, dopo le esperienze del passato in cui, nell’ordine, mi sono addormentata al prologo del Simon Boccanegra, ho faticato a comprendere le vicende amorose del Conte d’Almaviva e Rosina nel Barbiere di Siviglia, e sono morta con Violetta e la sua tisi sul canapè, ho proposto a mia madre un diversivo: il balletto. Siamo andate alla prima data dello Schiaccianoci. Ho stampato anche la scheda di sala per leggermi la trama e capire che cosa andassi a vedere. Beh, ascoltatemi, non fatelo. E’ assolutamente inutile. Le trame di questi spettacoli sono più ingarbugliate, incomprensibili, inafferrabili di quanto fisiologicamente succeda alla sinistra italiana tutte le volte che si avvicinano le elezioni. Per cui vi consiglio di godervi lo spettacolo senza farvi troppe domande. Perché di questo si è trattato: una delizia, dall’inizio alla fine, di quelle che ti fanno tenere lo sguardo fisso, che quasi ti dimentichi di sbattere le palpebre mentre tieni la bocca leggermente aperta con fare ebete. Roba che da questo stato di estasi mista a trance ti desti soltanto perché avendo la stessa gamba accavallata sull’altra da un’ora e tre quarti, ti si attiva lo stimolo nocicettivo (ragazzi, manco io sapevo cosa fosse, ho fatto una ricerca, fatela pure voi così si potrà dire che i miei post sono anche educativi) che ti fa capire che è ora di agire se non vuoi rimanere paralizzato così per sempre. 
Ve lo dico senza troppi giri di parole: è stato meraviglioso. Non mi ha mai colto un solo istante di noia. La trama a quel punto era proprio secondaria. Scenografie, coreografie, musiche e grazia mi hanno letteralmente colpita. 
Con l'inconsistente vacuità cerebrale che mi contraddistingue, vorrei soffermarmi con voi sui ballerini. Cominciamo dalle donzelle. Su quelle punte volavano, letteralmente, e dalla platea scorgevi sempre il sorriso sul loro volto nonostante sia piuttosto convinta che piantare l’alluce per due ore di fila in un grumo di gesso non sia propriamente esaltante come esperienza. Ad un certo punto ho seriamente pensato che le ballerine, nel loro quotidiano, non parlassero, ma al limite squittissero o cinguettassero. Perché alla leggiadria che emanano muovendosi non credo possa essere associato nulla di urlato, volgare o sgraziato. Lasciatemelo credere. Per due ore mi hanno descritto cosa sia la femminilità - una dote che difficilmente riesco a scorgere guardandomi allo specchio- accarezzando con le loro coreografie il parquet del palco, sulle note di una magistrale orchestra. 


Poi c’erano loro, i ballerini. Perdonatemi la divagazione sull’etoile che interpretava lo Schiaccianoci. Ad un certo punto è uscito da una scatola con un paio di collant rossi che segnavano muscoli dei quali ignoravo l’esistenza anatomica. Aveva ovviamente il sospensorio che comunque, per quanto mendace, fa sempre aguzzare l’occhio e ti lascia con una piacevole illusione. Io non credo di aver mai visto una struttura muscolare così armonica e ben definita. Certo, lui spiccava ma tendenzialmente erano tutti così, anche i ballerini di bassa statura erano ben proporzionati. Lo dico con cognizione di causa sebbene ammetta di aver indugiato a lungo e prevalentemente poco più giù delle loro zone lombari. Da quelle parti erano tutti cittadini onorari di Carrara. Spero cogliate. E quindi, per concludere, volevo dirvi che è stata una vera delizia per i nostri occhi e per le nostre orecchie. Mia mamma era così serena e compiaciuta che anche i rimbrotti, i rimproveri, le rotture, gli sfrantumamenti, i trituramenti ai quali mi sottopone metodicamente, parevano più dolci, quasi gradevoli. 
Dai papi, che tra poco è Natale…  

venerdì 25 agosto 2017

L'estate sta iniziando.

Mi piacerebbe vivere in un faro. Di quelli che a intermittenza indicano la terra ferma a chi è in mare. Mi piacerebbe sedermi, di tanto in tanto, ai suoi piedi e osservare. Lo farei d’estate. Perché è d’estate, da un po' di tempo a questa parte, che mi piace osservarvi. E allora vorrei che a pelo d’acqua calassero un telo e lì venissero proiettate tutte le vostre incoerenze. Le mie non serve mandarle in onda: ci convivo quotidianamente, ci litigo mattino-pomeriggio-sera, mi interrogano prima di addormentarmi e appena sveglia. Vorrei però vedere a confronto la vostra faccia turbata quando dite che non avete una lira e quella goduta di quando andate a giugno a Formentera, a luglio in Grecia e ad agosto in Sardegna. In barca. Vorrei assistere a quando dite che preferite farvi invitare a cena da mamma per risparmiare un po' e poi farvi rivedere il conto dell’ultimo ristorante stellato nel quale siete stati. Vorrei farvi risentire la telefonata in cui a maggio mi dicevate che la ragazza con cui uscivate vi aveva “rotto le palle” e poi era “troppo meridionale” e sbattervi sotto gli occhi la foto che avete pubblicato sui social network mentre con lei mangiate una granita a Messina. Vorrei vedere il momento in cui voi due, che vi siete lasciati 6 mesi fa tirandovi i piatti addosso, avete deciso, a distanza di poche ore di pubblicare su Facebook la foto in vacanza con il vostro nuovo partner. Vorrei vederti usare poco il cellulare per mandare messaggi idioti e banali anche il resto dell'anno, non solo quando sei al mare con la dipendente che ti stai scopando. Vorrei assistere al momento in cui scegliete le foto da mandare a tutti i contatti whatsapp per raccontare certosinamente le vostre giornate di vacanza, con i vostri figli che sono scazzati perchè è la trecentoventiseiesima foto che gli fate e vostro marito che piuttosto opterebbe per la clausura monacale. Vi rassicuro: sì, siete bellissimi, felicissimi, mulinobianchissimi. E tutti noi moriamo di invidia. Vorrei però non dover più vedere sfoggio di felicità e opulenza a qualunque costo. Vorrei vedere, se siete onesti, gli stessi abbracci, gli stessi sorrisi, lo stesso relax che avete con le vostre famiglie, con le vostre fidanzate giovani e sode, anche tra tre mesi quando farà buio alle 17, quando Torino sega ogni entusiasmo, quando il lavoro va male, il pre mestruo, i bambini che non dormono, gli straordinari, l’amante che vuole di più, il tram in ritardo, il conto in banca, la vita. Vorrei vedere dei mari sporchi, perché da Bergeggi a Cuba, da Santorini a Rimini sembra che siate finiti tutti in paradisi terrestri. Vorrei vedere l’aria pura che abita il tuo cervello e che ti spinge a scrivere su Instagram didascalie sull’accettazione di se stessi sempre e comunque o romanticherie prese in prestito da Google, sotto la foto di te, a bordo piscina, in perizoma, due tette enormi, le labbra così gonfie di plastica che non stan più chiuse da sole. Poi, dal meraviglioso faraglione su cui mi trovo, vorrei vedere un tramonto. Ma uno vero. Quello che non avete visto voi perché eravate troppo impegnati a fotografarlo ovunque vi trovaste. Vorrei, forse solo, e concludo, andarmene in ferie anche io. Ma vi posso garantire che non vi offrirò gli stessi spettacoli. Perché soldi non ne ho davvero, plastica sotto pelle ancor meno, sorrisi facili e disinibizione neanche l’ombra. Non mi mancherete. Non vi mancherò. Perché è così che in estate dovrebbero andare le cose. 

mercoledì 23 agosto 2017

Mutatis mutandis.

Allora, leoni da tastiera, oggi sono costretta a darvi una lezione di umiltà. Prima di scagliarvi come belve inferocite sulle vittime di turno, gradirei che imparaste a documentarvi. E io, grazie alla grandissima capacità analitica che mi contraddistingue, vi illustrerò in maniera empirica come si fa. Sfrutterò l’occasione per esaminare un caso che mi sta particolarmente a cuore e che non può essere più taciuto. 
Quest’oggi miei prodi, parliamo di chi tiene le mutande sotto il costume. Anzi, più precisamente dei maschi, che tengono le mutande sotto il costume. Perché al mare le femmine fanno un sacco di altre genialate ma questa, grazie al Cielo, no. 
Allora, in spiaggia, chi più chi meno, quest’anno ci siete già andati tutti e anche voi avete assistito allo scempio. Ma come vi dicevo, non mi limiterò a inveire contro questa moda bislacca, no. Io ho approntato un breve sondaggio con tanto di interviste. Perché, non mi vergogno a dirlo, ho amici, colleghi e parenti stretti che di questo modus balneandis sono avvezzi. Intanto non cominciamo a prendercela con gli adolescenti perché i tre casi da me esaminati hanno età varie tra di loro. E ci sono anche degli adulti. Il più vecchio, che è l’amico (quindi uno che ho deliberatamente scelto di frequentare tra l’altro) tiene le mutande anche sotto la tutina della bici, quindi è un caso evidentemente perso. La sua motivazione è, udite udite, l’igiene. Ergo, per non far entrare in contatto i preziosi di famiglia con lo iodio, preferisce mettere lo slip di cotone a protezione. Il fatto che poi, tenere la mutandina intrisa d’acqua sotto il boxer che funge da costume, magari per mezza giornata in mezzo alla sabbia, favorisca una proliferazione di muschi e licheni nella zona tra lo scroto e il prepuzio che manco nella tundra delle aree polari artiche, ah, quello va bene, è igienico. 
Ma proseguiamo con la testimonianza del collega che afferma con assoluta serenità la rapidità con cui il cotone sulla pelle asciughi non appena si esca dall’acqua. Ah davvero? Per mia esperienza quando stendo le magliette, al sole di luglio, se non ci sono 40 gradi percepiti e vento di favonio forza 33 nodi, quella roba lì mica asciuga tanto in fretta e se non asciuga, puzza. Quindi non mi turlupinare: se tieni le mutande sotto il costume, dopo il bagno, puzzano. Puzzano anche perché sfregano e non raccontiamoci storie: l’acqua del mare non ha mica lo stesso effetto di un bidè fatto col sapone di Marsiglia. Però il collega non cede e mi dice: “Meglio veder la mutanda che esce dal costume che la canala di scolo”. Ineccepibile. Anzi, forse mi ha convinto. 
Ma ho avuto bisogno ancora di una testimonianza per trarre le mie conclusioni. E allora ho chiesto al parente per avere conferma che i miei geni sopravvalutati trovassero un effettivo riscontro. Così è stato e ho indagato tirando fuori un argomento al quale tutti voi vi sottrarrete con aria schifata ma almeno questa volta non siate ipocriti. Già perché la pipì in mare la facciamo tutti. Chi nuotando a rana con aria estasiata, chi andando al largo fingendo di osservare all’orizzonte i pedalò, chi seduto a riva tra una risacca e l’altra. Mettetevi nella categoria che più vi rispecchia ma siate onesti. 
Ebbene, il maschio con la mutanda sotto il costume, che fa in questi casi? La fa. Sempre e comunque. Ma, nel caso specifico da me intervistato con un filo di ribrezzo addosso, tira giù l’ambaradan e innaffia liberamente l’oceano mare. Così non rimangono tracce sul tessuto una volta usciti dall’acqua. Fantastico. Un po' meno per chi si trovi a fare snorkeling nei paraggi ma la cosa non mi riguarda: se voglio vedere dei pesci preferisco farlo quando siano già fritti in pastella. 
Infine, ultimo dettaglio che mi preme fornirvi, è che la mutanda sotto il costume va scelta con stile. Intanto sono da preferire slip e non boxer che interferiscano con il costume. Poi l’elastico va delle dimensioni di una spanna, possibilmente marca “Uomo”, “D&G” o “Calvin Klein”. Del mercato. Anche tarocchi. Così esce un po' di cafonaggine media alla quale comunque i maschi italiani sono affezionati. E poi il costume va tenuto giù, calato, di modo che la mutanda, la vera protagonista di questo sfoggio di virilità, svetti con fierezza sopra le chiappe. 
Ecco. Credo di avervi detto tutto e avervi fornito una serie dettagliata di elementi per permettervi di scegliere da che parte stare. Io sto con il poliestere e la retina che asciugano in fretta e tengono su con delicatezza ciò che la forza di gravità chiamerebbe a sé. Io, che ambisco sempre a libertà, leggerezza ed amorosi sensi, vi invito a non sentirvi costretti là sotto, che già la vita tende a soffocarci. Lasciamo che almeno la nostra intimità goda di un po' di sana anarchia.



martedì 8 agosto 2017

La rivolta dei GPD -parte1-

Mi perdonerete lo sfogo? Avrete pietà di quello che vi potrà sembrare un frullato misto di cinismo-invidia-supponenza? Perché già vi avverto: sto per addentrarmi in un sentiero tortuoso assai, che ho rimandato da troppo tempo ma che ora grida vendetta. Mamme, papà: Madre Natura, Dio, Buddha, Allah, la fortuna, la coincidenza, il fato vi hanno fatto due regali meravigliosi. Il primo è il più stupendo di tutti: siete genitori di piccoli batuffoli di cotone che vi amano alla follia. Quando cresceranno potrebbero perdere consistenza e sentimenti ma non è adesso il momento di pensare alla loro fase adolescenziale. Il secondo è la possibilità di connettervi, fotografare, condividere qualsiasi momento della vostra creatura. Se sul primo regalo mi permetto di invitarvi a una profusione smisurata, sul secondo siate sobri: un po' meno, per favore. Ve lo dico perché sento nell’aria odore di rivolta dei passeggini. Nel senso che a volte (spesso, spessissimo direi) tendiamo a dileggiare la categoria di questi poppanti che un giorno non troppo lontano cresceranno e rivedendo le foto e i video che mandavate di loro, povere stelle ignare, ai 162 gruppi di whatsapp ai quali siete iscritti, su Facebook, Twitter e Google+, beh, ve lo dico senza giri di parole, si incazzeranno come dei puma. E io sarò insindacabilmente dalla loro parte, Mamme&Papà, sarò la loro Susanna Camusso, perché avranno ragione da vendere.
Sapete quanto sia importante il dovere di cronaca e dunque vi fornirò, come sempre, esempi di vita vissuta. Ce n’è molti, di questi esempi, troppi. Quindi ho deciso di aprire una rubrica periodica su questo tema in modo da monitorarne la pericolosa deriva.
L’altro giorno un collega di Milano, un nome anche abbastanza accreditato nel panorama dell’opinionismo politico in tv e sulla carta stampata, pubblica su Facebook un video del figlio che per riservatezza chiameremo Tancredi. Un bambino stupendo, bellissimo: ricci biondi e occhi blu notte. Avrà 2 anni e mezzo 3. Lo riprende mentre in milanese il bimbo dice “Ho fatto le puzzette”, con la “E” bella aperta alla “Uè testina”. Il padre (che tra l’altro vince il premio “olfatto bionico 2017” per non essersene accorto) gli domanda candido: “E adesso che vuoi fare, andiamo?”. Al che il bimbetto con somma ovvietà dice “Mi scappa la cacca, andiamo”. Ma il padre, tronfio dello scoop che stava registrando in diretta, anziché spegnere sto maledetto telefono e portare il nano a liberarsi di ciò che ormai era in fuorigioco nel suo culetto santo, insiste:
“Ti scappa?”.
Tancredi, silenzio.
“Eh?”.
Tancredi, sguardo perso nel vuoto.
“Andiamo in bagno?”.
Tancredi, “ho fatto la cacca”, boccuccia che esprime sommo dispiacere, occhi bassi, un visino tra il vergognato e il dispiaciuto.
Ma al padre, dotato di intuito felino, tutto ciò non basta:
“Non l’hai fatta addosso…”.
Tancredi, “sì, sì l’ho fatta addosso”.
“Ma no amore, non l’hai fatta addosso, dai andiamo in bagno, forza”.
“Ma io l’ho fatta addosso la cacca!”.
Tancredi si tocca con la manina i pantaloni poi si guarda per vedere se c’è il corpo del reato. Non c’è. E' ovviamente rimasto incastrato nei Pampers. Tancredi, peccato. Peccato davverissimamente. Perché era l’occasione per far diventare questo video la bandiera della protesta dei Giovani Poppanti Dileggiati (che d’ora in poi chiameremo GPD) e ficcare una manata piena sul naso al bauscia.
Maledizione! Tancredi te l’aveva detto: puzza. Tancredi te l’aveva ribadito: mi scappa. Tancredi te l’ha ripetuto due volte: l’ho fatta addosso. Ma vuoi portarlo al cesso sì o no sto povero gagno anziché fargli un video e postarlo su Facebook alla mercè di tutti? Tancredi tieni duro (visti anche i tuoi problemi di contenimento) un giorno crescerai, i tuoi genitori invecchieranno e ci sarà un ribaltamento di ruoli: il pannolino lo metterà il tuo papà e lì sì che avremo la nostra rivincita. REC.

venerdì 4 agosto 2017

Parsimonia, spese di spedizione incluse.

Questa cosa della carta prepagata dev’essermi sfuggita di mano. La mia coscienza -che di solito è silente sulle questioni importanti della vita ma sulle puttanate sbraita come l’altoparlante del “signoreèarrivatolarrotino” - mi ha sempre impedito di dotarmi di carta di credito. Di fatto non è che ne avessi così bisogno. Da quando son provvista di conto personale, bonifici, contanti e bancomat hanno svolto egregiamente il loro sporco lavoro. Solo che poi dei geni del male hanno cominciato a spingere sta storia dell’e-commerce. Così in panciolle, comodamente stravaccata sulla sedia rotante dell’ufficio, con un dito nel naso e l’altro sul mouse, sono diventata click compulsiva. Pur di comprare cose ho tentato di accalappiarmi un falchetto da riporto che mandasse i miei soldini al destinatario. Poi ho ritenuto che convivere con un uccello appollaiato sulla scrivania pronto alla bisogna, fosse un tantino impegnativo. E comunque non rientrava tra le opzioni di pagamento dei vari ticketone del caso. Capite bene che non potevo fare altrimenti. Ho ceduto e sì, mi son fatta la prepagata. Che già solo a dirlo -“prepagata”- ti senti un po' un mix tra Mario Draghi e Paris Hilton, perché ti sembra di aver risolto tutti i tuoi problemi di macroeconomia che sostanzialmente coincidono con la possibilità di farsi un paio nuovo di scarpe col tacco che non metterai mai.

Prendo appuntamento in banca e alla seconda domanda l’impiegata mi chiede che lavoro faccio. Cerco di stare sul vago ma le parole “giornalista” e “Reteconomy” fanno credere all’ignara bancaria di avere di fronte Ignazio Visco; invece sono una che fatica addirittura a gestire la propria economia domestica. Comincia a parlarmi usando termini che per me si avvicinavano al kazako ma voglio rassicurarvi: ho costantemente finto una certa competenza, mi sono messa un po' di sbieco come si siede la Lilli Gruber quando conduce “Otto e mezzo”, socchiudevo gli occhi come se ragionassi su tabelle excel mentali e annuivo. Sempre. Alla fine della fiera l’unica cosa che ho capito è che ogni volta che ricarico la scheda gli devo lasciare 1 euro di obolo. Così ho sin da subito pensato che fosse opportuno buttarci sopra un bel po' di grano in modo da non doverne regalare uno alla banca ogni tre per due. Male, malissimo. Avere una disponibilità cospicua sulla carta prepagata ti dà un senso di onnipotenza mica da ridere. E giù di spese. Ora, per correttezza con il lettore, sincerità e autodenuncia pubblica vi dirò come ho dilapidato il mio patrimonio.

Tanto per cominciare ho comprato dei libri, per darmi un tono. Solo che seguendo su Instagram le mogli dei giocatori del Toro -che mi pare un metodo subdolo ma furbo per stalkerizzare gli stessi- ho visto che tutte pubblicizzavano quella che sembrava la rivelazione letteraria dell’estate. Al che ho pensato “Faccio un esperimento antropologico per dimostrare che le suddette non sono tutte fighe-senza-cervello, leggono e leggendo hanno anche la capacità di giudicare un testo affermando con sicurezza che è la storia della vita”. Morale: beate voi che siete fighe. Perché io no e manco intelligente a questo punto, se pensavo che un libro che si intitola “#Formentera14” potesse essere un cult.

Poi ho comprato il vetrino temperato per il mio vetusto iphone 4. Non è stato facile trovarlo perché voi, che siete sul pezzo, mi insegnate che di iphone nel frattempo ne hanno fatti altri diciotto e dunque reperire un accessorio per una roba che anche a Cupertino hanno messo nell’indifferenziata, non è così semplice. Ma su Amzon c’era, c’è tutto tuttissimo su Amazon. Morale: mi è arrivato un vetrino, ma proprio quello che usano gli ingegneri elettronici quando devono sostituire lo schermo andato in frantumi.

Con la prepagata ho poi deciso di comprare dei biglietti aerei. Perché è il viaggio che conta, non la meta. Davanti a me non si prospettano mesi particolarmente rosei. Così con la mia amica Elena ci siam dette “Sai che c’è? All’indomani del 31 ottobre partiamo e ce ne andiamo in ferie, a sfregio”. Abbiamo visto che i primi di novembre costava pochissimo andare a Londra. Click, biglietti presi! Solo per darvi conto del lasso di tempo entro il quale ci siamo fatte venire lancinanti sensi di colpa, alle 13.20 abbiamo fatto l’acquisto su Ryanair, alle 14.30 dopo la pausa pranzo eravamo in live chat con la compagnia per chiedere di disdire perché poi “Londra è carissima, noi non c’abbiamo una lira”, “se mia madre sa che vado nella città a maggior rischio attentati mi mura viva in cantina”, “io Londra l’ho già vista e tu pure” e “sai che freddo maledetto?”, “per non parlare della Brexit, quelli gli italiani li odiano”. Morale: alle 14.40, con sovrattassa, eravamo già dirottate su un volo Caselle-Malta, quanto meno ci sciacqueremo i piedi nel Mediterraneo.


Poi però con la prepagata ho fatto un acquisto meraviglioso che rimandavo da troppo tempo e che quest’anno mi sono regalata: l’abbonamento allo stadio. Con le spese di commissione per prenderlo su internet andavo direttamente da un rivenditore autorizzato a Molfetta e spendevo meno. Con la prepagata ho anche fatto delle spese per il mio benessere fisico. Nell’ordine ho comprato delle pastigliette con la griffonia che pare faccia miracoli contro la depressione e l’abbassamento dell’umore. Per ora il risultato è che ho perennemente sonno e sfanculo chiunque mi capiti a tiro. Poi un beverone di succo puro di aloe. Dovrebbe garantirmi di fermare l’invecchiamento precoce che al momento si è attanagliato nella zona perioculare, tenermi lontano da malanni di ogni genere, mosche, zanzare e pappataci, nonché contribuire alla vitalità delle mie cellule cerebrali che, contrariamente a quanto potreste pensare, avendo letto fino a qui, stanno benissimo. Nel caso le cose dovessero improvvisamente peggiorare, potrò comunque regalarmi due sedute da uno specialista. Le ho appena viste su Groupon, giuro. Le prendo con la prepagata. Si compra un po' tutto, anche un manuale di deontologia professionale, volendo. Ma questo è un altro discorso.

martedì 11 aprile 2017

Impara l’arte e mettila da parte.

artista s. m. e f. [dal lat. mediev. artista «maestro d’arte»] (pl. m. -i). – 1. Chi esercita una delle belle arti (spec. le arti figurative, o anche la musica e la poesia): gli a. del Rinascimento; gli a. della scuola romana. Come termine di classificazione professionale e dell’uso com., anche chi svolge attività nel campo dello spettacolo (teatro, cinema, ecc.): a. lirico; a. di varietà; gli a. della radio, della televisione; i camerini degli a.; ingresso riservato agli artisti. Il termine implica spesso un giudizio di valore ed è allora attribuito a chi nell’arte professata ha raggiunto l’eccellenza: è un vero a., un grande a., un a. di genio.

Partiamo dalle definizioni. A qualcosa dovremmo pur appellarci in questo mondo di labilità e incertezze. Perché mi sono già imbattuta un po' troppo spesso rispetto al limite tollerabile, in persone che fanno uso improprio della parola di cui sopra. Cosa ben più grave: rivolgendosi a loro stesse. Ecco che dunque, occorre fare un po' di chiarezza, cari miei bei pifferai da palcoscenico, affabulatori da sagra della pigna, soubrette da inaugurazione della Pro Loco e istrioni del teatrino parrocchiale. Perché incrociare i vostri occhi pieni di entusiasmo e un po' meno di guizzo e sentirsi dire “Piacere, io faccio l’artista”, beh, obiettivamente, fa raggranellare la braccia come se mi fossi iniettata miglio decorticato sottopelle. Intanto, se tu sei un artista, magari lo lasciamo decidere alle folle, tra una sessantina d’anni, quando sarai orizzontale sotto un cipresso? A meno che tu non abbia già orde di ammiratori che comprano i cd con qualsiasi tuo vagito, che si appendano anche sui soffitti le tue opere d’arte, che usino i tuoi versi in rima per conquistare amate glaciali, non definirti artista. Perché perdi già l’80% di credibilità.
Vi racconto un paio di episodi per dovere di cronaca. Qualche mese fa esco per un aperitivo con una collega che deve presentare due suoi amici ad un’altra collega single. (Non ho mai capito se in questi casi mi chiamino perché sono di compagnia o solo perché ho una certa famigliarità con l’alcol. Credo la seconda comunque). Ma non divaghiamo. Ebbene, arriviamo al locale e i due mister Loba Loba erano già al tavolino. Il primo dei quali con un wiskhy in mano (sì, vi ricordate bene, ho detto che eravamo usciti per un aperitivo) e mescendolo come un lord irlandese ci racconta cosa fa nella vita esordendo così: “Io sono un artista”. Eccolo. Se avevo dei dubbi ne ho ricevuto conferma. E dunque che faresti di preciso per essere definito tale? “Il falegname. Ma faccio tutto io dalla progettazione alla realizzazione”. Allora, dì che sei un falegname, per dinci. Non è mica un disonore! Guarda che la parola “artigiano” non è ancora stata bandita dal buon costume. Comunque. Per la cronaca, la mia collega e Pietro Piffetti non si sono mai più rivisti.
Il secondo lo becco l’altra sera, ad un evento. Fa il cantante, che è la parola giusta. Cioè, dopo aver fatto il militare, il centralinista, l’animatore, l’impiegato, ha capito che gli piace cantare e vuol vivere di quello. Ma Vivagesùmmaria, fai benissimo e ti auguro lunga vita gorgheggiante. Ma non mi dici “Stasera presentami tu, perché sai, (il perchèsai tra l’altro mi irrita una roba che non si spiega) io sono anche bravo a fare l’intrattenitore e potrei farlo per ore, ma stasera sono stato invitato in qualità di artista e quindi non posso anche introdurmi”. Al che penso: “Luigi Tenco redivivo, Diocenescampieliberi”. Anche perché poi sento che ha la necessità di dire ad ognuno degli organizzatori della serata che lui era “l’artista”. Ora, non mettiamo neanche in discussione i testi e le melodie che hai cantato e nemmeno l’impianto audio che faceva concorrenza al “Cantatu”. Anzi, scusami, perché forse non ti ho presentato così bene. Ma lo scazzo che mi ha attanagliato era avvinghiato a me come un koala sull’eucalipto. Non mi permetterei mai di dire alcunchè sulla qualità. Ma sulla quantità sì, è un dato oggettivo. Perché quando al microfono ho annunciato che erano in vendita i tuoi Cd e, presa da spirito corporativo ho detto al pubblico che così avrebbe avuto il piacere di ascoltare i due successi proposti durante la serata più molti altri e tu mi hai fatto no con la testolina, mostrando due con le ditina, allora lì ho capito che ero stata gabbata dalla tua stratosferica prosopopea. Cioè fammi capire. Tu hai scritto due-canzoni-due, con tanto di rime baciate quanto meno azzardate e me l’hai menata tutta la sera che sei un artista? Ascoltami bene. Anche io cantavo la domenica a messa nel coro della chiesa ed ero pure intonata; pensa che facevo anche le commedie in piemontese nel teatrino di Almese. Ma mi limitavo ai plausi delle perpetue e dei miei vicini di casa, non millantavo certo doti artistiche, non ero né una vocalist né un’attrice!
Bon. Poi effettivamente penso che io sto qua, un po' rancorosa, a scrivere di te che nella beata inconsapevolezza che ti contraddistingue, sei stato capace di ritagliarti degli spazietti. Guarda, per sta volta ti salvo. Non ti scaricherò mai su iTunes ma ammirerò coraggio, intraprendenza e autostima che senz’altro ti porteranno su altri palchi. E pazienza se saranno quelli della festa patronale di Poirino o del carnevale di Carmagnola. Tu sarai lì e senza vergogna annunciandoti dirai: è arrivato l’artista, in vendita i Cd!


mercoledì 5 aprile 2017

Ta-ta-tabù.


Ragazze, io ve lo dico. Anzi, no. Facciamo una breve premessa altrimenti si scatena l’ufficio stampa dei luoghi comuni e non ne usciamo vivi. Ciò che salverà il mondo sarà senz’altro la varietà. Che a volte va di pari passo con la libertà di esprimersi nei modi più disparati, creativi, congeniali, estrosi possibili ed inimmaginabili. Su questo siamo tuttissimi d’accordo, nasconda la testa sotto la sabbia chi la pensa diversamente, lasciandoci solo il piacere di conversare col proprio posteriore che senz’altro avrà più argomenti. Però, cari miei giovanotti, esiste anche quell’altro tipo di libertà, un po' bizzarra e démodé, che prevede di far notare quando il limite si sia oltrepassato, quando da quella creatività, congenialità ed estrosità vi siete lasciate prendere un po' troppo la mano.

Ecco. Quindi ora sono libera di dirvelo, ragazze: basta con ste labbra siliconate, gonfiate, strapazzate, superdotate. Perché, e ve lo dico francamente, il rischio che correte è solo ed unicamente quello di riproporre l’omino liquirizia delle caramelle Tabù di beata memoria.



Che poi sta moda ha attanagliato proprio tutte: bionde, more, lisce, ricce, alte, basse, visi tondi, visi larghi, visi oblunghi. E prevalentemente due categorie di femmine: quelle coi soldi, fighe. Quindi, converrete con me, che se già Madre Natura è stata munifica con voi (magari lesinando su altri aspetti ma abbiamo detto che non sta a noi giudicare) facendovi decisamente più carine della media, ma perché dovete iniettarvi saccate di acido ialuronico per sembrare poi il materassino che avevo al mare? Guardate che poi quella roba lì si ammoscia, ne sarete schiave per sempre, non si può mica mettere una toppa con l’attak come facevo, per l’appunto, col mio materassino gonfiabile che puntualmente bucavo, strisciandolo sulle pietre laviche delle spiagge libere che frequentavo da infante. Inoltre il rischio è che, essendo in tante ad aver avuto st’idea luminare (bionde, more, lisce, ricce, alte, basse, visi tondi, visi larghi, visi oblunghi), vi assomiglierete tutte. Ilary Blasi, per esempio, fighissima, sta prendendo una pericolosissima deriva verso la Daniela, consorte dell’indimenticato Mike Bongiorno. A Nina Moric manca il biondo per essere confusa con Donatella Versace. Poi mi date anche nome, cognome, indirizzo della mamma e numero di targa di quei cicisbei di maschi omega (che per chi non lo sapesse sta al capo opposto dell’alfa) che vi hanno detto che con sti salamini beretta sulla bocca siete più attraenti. Perché vanno puniti. Severamente.

Zompettando un po' su internet si trovano addirittura gli esercizi da fare metodicamente, ogni giorno che sorge il sole, per farsi venire labbra carnose. Molti di quegli esercizi ho provato a farli in ufficio davanti al pc ma i miei colleghi han chiamato la protezione animali. Tipo questo, che è uno dei più semplici. Leggete:

“Vuoi labbra più carnose? Allora allenale! Esistono tanti tipi di esercizi per ingrandire le labbra, uno di questi parte proprio dalla famosa duck face: disponi le labbra come se stessi per dare un bacio e mantieni questa posizione per 10 secondi dopodiché torna alla posizione normale. Continua così per 10 volte al giorno ogni giorno e vedrai che a distanza di qualche settimana le tue labbra saranno più grandi e voluminose”.

E niente, ragazze. Non state a perder tempo, ve lo dico io. Il comune denominatore di sti esercizi è uno solo: trovatevi un bel macho latino che zampilli fuego y pasion da ogni poro e limonateci duro il più a lungo possibile. L’effetto dovrebbe essere ugualmente garantito, con automatiche iniezioni di autostima che di sti tempi fan bene un po' per tutto e senz’altro meglio dello ialuronico. Così facendo, pare che poi ci sia anche la risposta al cruccio che vi tormenta la mattina davanti allo specchio: sì, tranquille, siete fighe. Comunque. Anzi, no. Di più.

lunedì 19 dicembre 2016

Di comodità virtù.


Quest’anno mi sono dedicata ai concerti. Perché nella vita bisogna darsi degli obiettivi alti e per il 2016 ho deciso di strafare. Così sono giunta ad alcune considerazioni che mi pare doveroso condividere. Ah, avevo già detto che odio il verbo condividere in un altro post più in basso, caso mai moriste dall’irrefrenabile voglia di saperlo. Dicevamo. Prima di tutto: quelli alti, dietro. Non mi interessa che siate arrivati al pomeriggio, piantando le tende two seconds fuori dai palazzetti, mangiandovi panini con maionese e frittata per ammazzare l’attesa. Non mi interessa che non sia colpa vostra se Madre Natura, Dio, Buddha, Allah o Krishna vi abbiano dato il dono di osservare il mondo dall’alto. Anche se prendete la pioggia per primi, non mi fate pena. Ai concerti districarsi tra voi pertiche è faticoso come scendere col bob su un campo di margherite. Quindi, per cortesia, abbiate pietà: al fondo, o al massimo di lato. Lasciate pure davanti la vostra fidanzata urlatrice alta 1.20, tanto lei avrà occhi solo per il suo idolo sul palco, neanche si ricorderà che avete preso ferie rischiando il licenziamento per accompagnarla 13 ore prima, che quei biglietti che le avete regalato vi sono costati la vendita delle cornee e che voi ascoltate di nascosto metalcore e non ste nenie scritte da depressi per gente depressa che gode nel deprimersi vicendevolmente.  Poi, seconda categoria. Ce n’è anche per le fanciulle. Se siete ricce, fatemi il sacrosanto favore di legarvi i capelli. Sembra di avere davanti Telespalla Bob. Comprenderete la difficoltà di visione che arrecate al prossimo no? Non dico di buttare 20 euro per farvi la piega liscia che tanto poi sembrate delle foche monache. Però che diamine, due forcine basterebbero per domare ste criniere. Terza categoria, tra le più moleste. Quelli che zompettano come dei pungiball gonfiabili a cui è appena stato sferrato un pugno alla Jackie Chan. Sono le persone che non riescono a ritagliarsi come tutti uno spazio vitale entro il quale stare e per parlare col vicino -che basterebbe solo ruotare il bacino senza altri sforzi- si appoggiano sol vostro coccige e vi prendono a spallate come in una finale di rugby. Allora. State calmi. Già siamo in 6000 in un locale che a malapena ne contiene 300. Riuscite a stare fermi o quanto meno a non muovervi come se foste tarantolati? Io mediamente sti soggetti, al terzo spintone li fisso con aria di sfida. Poi mi rendo conto che la loro faccia denota la stessa intelligenza di Renzo Bossi alias “Il trota” il mattino appena sveglio dopo una colossale sbornia. E quindi mi arrendo. Prendo e mi sposto. Di solito ho la stramaledetta fortuna di infilarmi in mezzo a un gruppo di ragazzette un po' troppo entusiaste per i miei canoni. Quelle che urlano, ridono in modo convulso, si abbracciano, si fanno i selfie mentre sotto passano pezzi del calibro della Canzone di Piero. Che dici, vabbè. Già ci sono io coi miei problemi e le mie storie tristi. Io infatti ai concerti solitamente svengo. Sarà il caldo, la pressione sotto le scarpe, la confusione. Tipo l’anno scorso sono capitombolata due volte nel giro di mezz’ora nel bel mezzo dello stadio al concerto di Vasco. Con tanto di riproponimento della piadina del porcaro appena mangiata. Scusate la franchezza ma è per rendere meglio l’idea. I volontari della Croce Rossa quando arrivavo nella tenda per il primo soccorso mi salutavano con un cinque. “Hai fumato? Che hai bevuto? Hai preso le pastigliette, eh?”. Ma no! Ho solo la forza fisica di un paramecio con la sars. Mi prendo la mia dose di acqua e zucchero e poi sono a posto. Anzi, i miei amici crociati mi davano il mio kit e poi mi chiedevano se cortesemente potevo sloggiare per lasciare il lettino a chi era in coda in coma etilico e aveva bisogno di una flebo per tornare nel mondo dei vivi. L’ultima volta al concerto di Bianco, la mia amica Elena è andata al bancone del bar per sapere se avevano dell’acqua. Ha rimediato un bicchiere da cocktail con un po' di zucchero di canna per il mojito. Che comunque mi ha aggiustato la serata. Da allora mi faccio fare una lavanda gastrica prima di recarmi a qualsiasi botteghino e prendo il Polase, così non rischio figuracce. Basterebbe che mettessero due sedie. Uh come mi piacerebbe ascoltare un concerto rock seduta comodamente su una poltroncina, come me lo godrei. Poi se c’è da fare due salti sono la prima ad animarsi. Però questo sì che sarebbe un referendum propositivo al quale aderirei. Forse lo firmeremmo solo io e altre due anziane della Casa di Riposo di Almese. Ma come saremmo felici. Denota vecchiaia tutta sta pappardella? Macchè, è solo un modo per fare cose da giovani assecondando tutta la mia profetica pigrizia. Perché alle tisanerie, ai concerti da camera e ai seminari pomeridiani sulla poetica di aristotele no, non voglio arrendermi. Non ancora.

martedì 9 agosto 2016

Rifugiati, ultimo modello.

Premettiamo subito una cosa: non sono razzista, ma…Nel mio paese da un anno e mezzo ci sono 50 africani, giovani, prestanti. Insomma, diciamocelo, braccia rubate alla manodopera. Che se solo stessero nel loro paese sai quanto lavoro potrebbero fare. Invece, scappano. E vengono a rubarlo a noi, il lavoro. Ma questo è un altro discorso. Sono rimasta basita di fronte al loro abbigliamento, sempre alla moda, sempre firmato. Per non parlare dei cellulari, che io me lo sognerei l’ultimo modello Huawei. Ebbene, questi ragazzi, che -diciamolo pure, poltriscono tutto il giorno- il giovedì pomeriggio se la spassano al campetto sintetico nuovo di pacca. E giocano a pallone senza sosta. Ho addirittura sentito dire che con la nuova gestione del centro sportivo, sono stati sfrattati nel campo su erba vera accanto e qualcuno si sarebbe pure lamentato dicendo che a calcio, su un terreno da arare non ci avrebbe mai giocato! Ma robe dell’altro mondo. Che poi fossero scalzi, come si vive giù, dalle loro parti, invece hanno magliette tecniche firmate e ai piedi l’ultimo modello di Puma dai colori sgargianti e dalla griffe bella in vista. Capito come li usano i nostri soldi?!  E’ una vergogna!

Ora, se anche tu sei un “non-sono-razzista-ma”, metti il tuo bel pollicione fiero all’insù. Se invece sei di quelli che “un-momento-fatemi-capire”, non prostrarti al potere degli emoticons e prosegui la lettura.

“Amici, vi devo raccontare una cosa: mi è successa una tra-ge-dia”. Sbigottimento, stupore: che diamine sarà mai capitato adesso! “Un calciatore mi ha regalato delle scarpe vere”. Ah! Ma allora non è una tragedia, è una figata pazzesca! Racconta bene. “Sabato, ero a Torino, in giro per il centro con un mio amico. Entriamo in un negozio della Nike, bellissimo. Guardo tutte le scarpe da calcio perché sai quelle verdi e blu che mi avevi dato” Sì, seconda mano ma ben tenute. “Ecco, quelle le usavamo in tre però adesso si sono aperte in punta. E allora sognavo davanti a queste belle scarpe nuove ma costavano tantissimo, pensa 60 euro! A un certo punto ne vedo un paio, gialle, di marca, le prendo in mano e a voce alta, in italiano, dico Mamma mia quanto costano. Dietro di me si avvicina uno e sento che dice ti piacciono? E io, senza quasi girarmi gli rispondo Sì ma…le compriamo poi un’altra volta. Lui continua e fa se le vuoi te le compro io. Allora mi sono girato e l’ho guardato stupito, volevo chiedergli se era matto e gli ho detto no no grazie. Pensavo mi stesse prendendo in giro. Invece ha continuato, provale! Ed è rimasto in piedi, alle mie spalle, mentre me le mettevo ai piedi. Lo vedevo dallo specchio, era da solo, forse aveva un amico che lo aspettava fuori.
Il 43, perfette. Mi dice, prendile, andiamo alla cassa. Io in quel momento ho perso le parole, sai quando non riesci neanche a dire grazie. Alla cassa c’era una cesta di calze, anche quelle professionali, mi chiede, giochi a pallone, le usi? E io annuivo, sempre muto. Quelle calze costavano come… ahhh non so quante paia ne compro con quei soldi al mercato. Ha dato tutto alla cassiera, le ha passato la carta. Lei gliel’ha restituita ed è uscito dal negozio senza più voltarsi. Non ha neanche preso lo scontrino. La cassiera mi guarda e mi dice lo conosci? E io no! E’ un calciatore famoso. Mi ha messo le scarpe e le calze in una busta e sono uscito per cercarlo, per ringraziarlo ma non c’era più, era sparito. Non ho avuto neanche le parole per raccontare al mio amico cosa mi era successo.
Adesso ho queste scarpe bellissime e penso anche che sabato era il mio compleanno e non ci posso veramente credere: non ho mai avuto niente di più bello. Solo che non ho il coraggio di metterle; ogni tanto, a casa, apro la scatola e le guardo”. Ehi ma hai gli occhi lucidi! “Sì, se ne parlo mi emoziono troppo”. Vabbè ma adesso cerchiamo di capire chi è sto giocatore, forse troviamo il modo per scrivergli e ringraziarlo. Era nero? Magari ha pensato, toh guarda, un fratello meno fortunato di me, gli faccio un regalo. “No no bianco, italiano”. Beh, se la cassiera ti ha detto che era famoso, sarà stato o del Toro o della Juve. Guardiamo le facce su internet e cerchiamolo.
Passiamo in rassegna, in rigoroso ordine di fedeltà, la rosa del Torino ma niente, non c’è. “Aveva pochi capelli, qui, sulla fronte”. E, vabbò, guardiamo gli italiani juventini, non sono poi così tanti. Tempo zero lo individuiamo. “Sì, è proprio lui”. Accetto con una vena di fastidio il fatto che sia a strisce poi penso “chapeau”. 80 euro di roba a lui non fanno né caldo né freddo ma nessuno gli ha chiesto di farlo, tanto meno senza ricevere applausi.

Adesso le metterai per giocare? “Non so: come farò a dire ai miei fratelli che me le hanno regalate? Loro lo sanno che non ho i soldi per comprarmele e potrebbero essere gelosi”. Beh potrebbe andarti peggio con gli italiani che guardandoti con disprezzo i piedi diranno che gli africani non c'hanno i soldi per vivere ma per giocare a pallone con l’ultimo modello della Puma sì. Vaglielo a raccontare che uno dei loro beniamini che tifavano in nazionale poche settimane fa, a cui avevano affidato tutti i loro sogni di gloria, ti ha fatto sto regalo. Ah, a proposito, ma adesso che non avete più il campo sintetico? “Giochiamo nell’altro vicino, l’erba è perfetta, la tagliamo noi tutte le settimane. E’ bellissimo”. 

giovedì 14 luglio 2016

Scripta, nella buca, rimanent -Breve storia triste vera-


Concepisci dei pensieri, podalici, li partorisci tra dolori lancinanti. Poi decidi di dargli dignità perché intrisi di passione e struggimento. Così li scrivi. Di getto. Solo che pensi che meritino un esercizio stilistico più approfondito. Li lasci decantare e ogni tanto li rivedi, perfezioni la sintassi, mediti lungamente sul lessico. Rimangono in incubatrice per settimane. Poi, arriva il momento in cui devi lasciarli andare perché sì, sono tuoi ma non sono per te. Riprendi la penna in mano e li riscrivi tutti d’un palmo fermandoti di tanto in tanto a scrutare la calligrafia, un po' di sbieco, per immedesimarti in occhi non tuoi che dovranno comprenderla in un battito di ciglia. Quando apponi la firma in realtà è come se facessi uno stripe tease liturgico; perché ti stai mettendo a nudo immolandoti sull’altare della schiettezza: sai che ti potrà portare alla resurrezione così come a una mirabolante rassegnazione. Accarezzi quelle pagine come faresti con l’amato pronto ad andare a combattere una guerra dove le possibilità di vittoria e di sconfitta si equivalgono. Imbusti e lecchi il lembo che la richiude sperando che la tua saliva abbia la stessa fierezza della ceralacca. La busta tra le mani, tenuta con la stessa alterigia con la quale una sposa tiene un bouquet sulla porta della chiesa. Bisogna però lasciarli andare quei pensieri lì. Con due dita lambisci il bordo della busta trattenendola ancora mentre i pensieri si affannano nella testa, nel cuore e nella pancia. Tornare indietro sarebbe da vigliacchi, forse, stai facendo la cosa giusta e, così, la lasci andare. Un rumore lieve ma sordo. E’ l’oblio della buca delle lettere. Fine della storia.


martedì 5 aprile 2016

Panama Pampers.



A parte che in questi giorni in rassegna stampa ho già detto di tutto: Papana Papers, Panapa, Panama Pampers. Ecco, però forse l’ultima gaffe riconduce a un’immagine semantica interessante. Perché, teoricamente, dovrebbe scapparvi qualcosa nelle mutande visto che vi hanno scoperchiato i conti che avevate nascosto ben bene sotto una noce di cocco sorseggiando una pina colada fresca con le chiappe a mollo. Il problema è che nulla vi tange. Lionel Messi, tra i furbetti dell’offshore, dice che mica ne sapeva nulla: “Io non guardo quello che firmo. Firmo quello che dice mio padre di firmare, non guardo né mi concentro né chiedo” ma infatti il cervello ce l’hai nelle gambe mica in testa, questo era risaputo. Poi, Putin. Vladimiro, biscottino nostro. Ma chi sono di nuovo quei cattivoni che dicono che ti sei imboscato la paghetta settimanale insieme al tuo compagno di scorribande Petro Poroshhenko? Sì ma non serve pescare nomi chissà dove: ne abbiamo pure in Italia. Pare ci siano 800 paperoni che devono stringere le chiappe. E vi assicuro che io sto vivendo con assoluta serenità interiore. Perchè credo una cosa: che in Paradiso non so se ci andrò mai ma ancor meno finirò in un paradiso fiscale. Al massimo potrei tentare il colpaccio, aprire un chiringuito e infilare ombrellini nei cocktail. Credo anche che i soldi diano alla testa e io preferisco conservare la mia insanità mentale senza attribuire la colpa (o il merito) al vil denaro. Sì, meglio poveri che evasori. Poi di fatto pensavo che di tantissimissimi soldi non saprei tanto che farmene. Una volta che ho svaligiato in modo compulsivo Feltrinelli, comprato 10 magliette di pregiata fattura pakistana da Zara o all’Ovs, 14 reggiseni dalla dubbia utilità da Tezenis e mi sono permessa il lusso di lavare la macchina all’autolavaggio per andare a cena fuori, che altro potrei fare? Forse l’abbonamento al cinema, allo stadio e al Carignano. Poi vorrei viaggiare e fare regali inutili ai miei nipoti. Tutto sommato non mi servono dei capitali. Già così mi rendo conto che supero il limite dell’essenziale. Ho a casa libri di cui non ricordo la trama, ho visto film al cine durante i quali ho dormito, ho pantaloni che neanche sapevo di avere. Dov’è la bellezza dell’attesa, del desiderio, dell’attenzione se consumi ciò che più ti piace in modo distaccato e distratto perché la moneta in tasca ti permette di avere sempre di più, sempre più in modo ossessivo? Quindi no, LucaCorderoDiMontezemolo non lo voglio il tuo conto offshore (che poi, scusate la divagazione ma a me fa sempre sorridere sapere che Cordero in spagnolo voglia dire Agnello…e chissà come mai). No Jackie Chan, da te voglio solo banshay e taekwondo, non cash. Ve lo dice una che ha cercato la felicità facendo i provini per Affari tuoi. Quando dissi che a 10 mila euro in gettoni d’oro non avrei più aperto pacchi e me la sarei data a gambe levate a casa a offrire spritz a tutti i miei amici, hanno capito che forse non facevo abbastanza spettacolo. Qui invece, in quello che è stato definito il più grande caso di evasione fiscale della storia, di fuochi d’artificio se ne vedranno. Quantomeno lo spero, se non altro per ridare dignità al lavoro di inchiesta di oltre 300 colleghi che hanno spulciato file e documenti in questi mesi. A loro, coi contratti di solidarietà, o pagati a progetto, o co.co.co va la mia stima, perché hanno fatto sapere al mondo che i ricchi se sono ricchi e i potenti se sono potenti è perché –talvolta- hanno un barbatrucco, spesso nascosto sotto un panama in paglia.